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Gli investitori restano liquidi

di Maximilian Cellino

Ottobre sembra aver portato aria nuova sui mercati: il cambio di direzione, se pur con qualche inevitabile ricaduta, si è visto e su questo non ci sono dubbi. Nonostante il passo falso di ieri (e quello di giovedì scorso), Piazza Affari ha per esempio recuperato il 7,3% da inizio mese e con i listini azionari hanno ripreso vigore anche le altre attività ritenute a rischio (materie prime, corporate bond, titoli «periferici», e anche l'euro).

Eppure gli investitori, siano essi i grandi fondi di investimento o i semplici risparmiatori privati, non sembrano ancora fidarsi troppo e preferiscono mantenere le mani libere. Gran parte del denaro viene ancora tenuto parcheggiato in strumenti di liquidità: «cash is king» verrebbe da dire, utilizzando un adagio forse fin troppo abusato, ma che fotografa in modo fedele la reazione degli operatori di mercato all'incertezza della situazione attuale.

Certo, non siamo ai livelli di agosto, quando la fuga da azioni e bond (almeno così ci si augura) ha raggiunto il suo apice. I dati di Lipper sui flussi netti in entrata e uscita dai fondi comuni europei mostrano che in quei giorni caldi i prodotti azionari hanno subito nel complesso un'emorragia di 31 miliardi di euro e quelli obbligazionari di 14 miliardi. Tutto a vantaggio dei tanto bistrattati fondi monetari, che saranno pure criticabili sul piano dell'efficienza, ma che agli investitori sono evidentemente sembrati quanto di più simile a un rifugio sicuro e nelle settimane più buie hanno raccolto nel complesso 28 miliardi. Dati ufficiali più aggiornati non sono disponibili, ma gli stessi analisti confermano che la tendenza di agosto si è protratta anche nel mese successivo, quando verosimilmente sono stati gli investitori privati, una volta tornati dalle vacanze (loro, i consulenti e i promotori), a vendere in dosi massicce.

La prima metà di ottobre, si diceva, sembra essere una sorta di spartiacque. La scorsa settimana, per esempio, per la prima volta dopo mesi l'Etf più scambiato sul listino milanese non è stato quel Lyxor Xbear Ftse Mib che permette di guadagnare quando i mercati scendono, ma un prodotto che invece replica i rialzi del listino, anzi li raddoppia grazie all'effetto leva. Il dato è di per sé interessante, ma testimonia forse più il desiderio di rivalsa a breve termine di qualche trader o la necessità di accodarsi al rimbalzo di qualche gestore che una vera e propria corsa a comprare in pianta stabile le azioni.

«Qualche flusso in acquisto verso i prodotti azionari si è visto in questi ultimi giorni – conferma il responsabile degli investimenti di una società di gestione – ma la realtà è che la maggior parte dei clienti preferisce restare alla finestra e tenere il denaro custodito in strumenti di liquidità in attesa di capire verso dove muoveranno i mercati». Una tendenza che si nota anche confrontando i volumi di Borsa di questi giorni con quelli delle settimane calde di fine luglio e inizio agosto: oggi il controvalore degli scambi di Piazza Affari è mediamente più basso, nonostante tutti siano tornati dalle vacanze, e questo significa verosimilmente che tutti quelli che hanno venduto ancora non si sono precipitati a riacquistare.

Quanto sia esattamente il denaro in attesa di essere impiegato in azioni o bond è impossibile da stabilire, perché la liquidità si disperde in mille rivoli e non esistono strumenti in grado di misurarla. Di sicuro, secondo i dati della Bce, a fine agosto presso le banche dell'eurosistema erano stati depositati 16.820 miliardi di euro: un ammontare che supera di 200 miliardi quello parcheggiato due mesi prima e che rappresenta il massimo dal giugno 2010, non a caso un altro periodo turbolento a causa della crisi greca.

Dove sia piazzato è invece facile da intuire: fondi monetari sì, ma soprattutto BoT e depositi vincolati. La crisi del debito italiano ha portato i tassi dei primi a superare anche il 4% lordo su base annua e i rendimenti dei secondi, proposti da banche assetate di liquidità e a caccia di clienti, si sono dovuti adeguare. Questi strumenti, ben noti per il risparmiatore, attraggono anche investitori qualificati e imprese, che possono contrattare personalmente con gli istituti anziché sottoscrivere prodotti standardizzati: «La scorsa settimana – conferma un private banker – alcune aziende mi hanno chiesto di contrattare con la banca depositi a termine per diverse decine di milioni; altri clienti hanno invece voluto pronti contro termine, ma si sono assicurati che tra il collaterale non vi fossero titoli della banca emittente». Tassi elevati sì, ma non a tutti i costi: in questo momento vale evidentemente ancora la regola del «primo non prenderle».
 

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