Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Gli intrecci pericolosi con le banche e i conflitti d’interessi di Trump

Prima che tutto questo iniziasse a sembrare verosimile, Donald Trump si lasciò andare a una confessione alla Cnn. «Sono il re del debito — disse —. Lo amo». Come tutti i costruttori, il presidente eletto degli Stati Uniti ne ha avuto molto e ne ha ancora: per 315 milioni secondo le dichiarazioni nei formulari della sua candidatura alla Casa Bianca, per almeno 650 milioni di dollari secondo le ricostruzioni più caute (e mai smentite). Come molti imprenditori del suo settore, non sempre ha onorato questo debito nei tempi o modi previsti, dunque ha avuto rapporti complessi con i suoi finanziatori. Neanche in questo fa eccezione fra gli immobiliaristi. Ciò che rende unico Donald Trump è la posizione nella quale si trova oggi. È in grado di influenzare in profondità le regole e i vincoli entro i quali devono muoversi sul mercato le banche che gli hanno prestato miliardi di dollari nel corso degli anni.

In termini tecnici un simile potere pone il presidente entrante degli Stati Uniti in conflitto d’interessi. Nessuno sa precisamente quali decisioni prenderà, ma le sue scelte sono certamente destinate ad esercitare effetti sulle banche che a loro volta hanno un grande potere sulla sua fortuna personale: un aggiustamento di pochi centesimi di punti percentuali sui termini di un prestito a un ramo della Trump Organization è destinato determinare la sostenibilità economica di un suo progetto.

Non vi sono indizi che Trump voglia abusare del suo potere, ma ciò che conta è che ora può farlo: non mancano le situazioni nelle quali è in grado, dal governo, di favorire i suoi creditori in cambio di un trattamento di riguardo per se stesso. Un’inchiesta del New York Times dell’agosto scorso, basata sull’analisi dei bilanci della società RedVision Systems, ha fatto emergere dati e debiti su 19 diverse entità legate a Donald Trump. Al numero civico 1290 della Avenue of Americas di New York, per esempio, il presidente eletto è comproprietario di un palazzo per il quale nel 2012 hanno prestato 950 milioni una sussidiaria di Deutsche Bank, due controllate di Goldman Sachs e della banca svizzera Ubs e Bank of China, la banca a controllo statale di Pechino. Circa un terzo dell’immobile e il relativo debito sarebbe in capo a Trump; il futuro presidente dunque sarebbe esposto indirettamente su quel governo cinese che nel frattempo lui stesso minaccia con dazi e altre misure. L’istituto con il quale Trump mantiene i rapporti più stretti resta comunque Deutsche Bank. Un’inchiesta del Wall Street Journal del marzo scorso documenta come le filiali americane del gruppo tedesco abbiano sempre tenuto aperte vaste linee di credito sull’imprenditore; lo hanno fatto anche quando le banche americane lo tenevano a distanza per i suoi trascorsi di insolvenze. Nel 2005 Deutsche prestò 640 milioni di dollari per il Trump International Hotel and Tower di Chicago (con default parziale nel 2008); dall’inizio di questo decennio il «private banking» del gruppo tedesco ha finanziato Trump con altri 300 milioni circa. Non essendovi trasparenza è difficile esserne certi, ma Deutsche oggi è probabilmente il primo creditore del presidente eletto degli Stati Uniti. La banca tedesca ha anche un’altra particolarità: è l’unica ad aver fallito gli ultimi due stress test della Federal Reserve di New York. I regolatori americani, a differenza degli europei, la tengono sotto pressione. Impossibile prevedere per quanto tempo ancora, però: tra un anno e mezzo Trump stesso sarà determinante nella nomina del successore dell’attuale presidente della New York Fed, William Dudley; nello stesso periodo potrà cambiare la presidente Janet Yellen e ribaltare la maggioranza nel consiglio centrale della Fed a Washington, imponendo persone di gradimento proprio o (in teoria) delle banche sue creditrici. Difficile in ogni caso che un imprenditore indebitato come Trump ami gli alti tassi d’interesse.

Certo è che l’8 novembre la notizia della sua elezione fu accolta con un balzo del 2% circa in pochi secondi dei titoli di Goldman Sachs, Bank of America-Merrill Lynch e Jp Morgan in Borsa, per un evidente motivo: il 15 settembre all’Economic Club di New York Trump aveva promesso di cancellare gran parte del Dodd-Frank Act, la legge che dovrebbe limitare i rischi scriteriati e gli eccessi delle banche di Wall Street dopo il crash di Lehman.

È però vero che stanno salendo sugli indici Usa anche le piccole aziende. C’entra forse qualcosa il piano fiscale di Trump, che promette di tagliare dal 33% al 15% le aliquote per le cosiddette «S Corporations»: le aziende con pochi azionisti di controllo, che pagano le tasse dell’impresa attraverso quelle sui redditi maturati con i dividendi. È esattamente questo il modello d’impresa della Trump Organization, l’ombrello sotto il quale il presidente eletto ha messo su decine di queste imprese a responsabilità limitata. Sta dunque tagliando le tasse (anche) a se stesso. Del resto ora i beni di Trump sono in un «blind trust» («fondo cieco»), del quale egli non dovrebbe sapere né poter disporre. Peccato lo gestiscano i suoi tre figli Ivanka, Donald Jr. e Eric. Gli stessi inseriti nella «squadra di transizione» della nuova Casa Bianca.

Federico Fubini

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Il consiglio di Atlantia (e quello di Aspi) hanno risposto al governo. Confermando di aver fatto tut...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Serviranno ancora un paio di mesi per alzare il velo sul piano industriale «di gruppo» che Mediocr...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Il piano strategico al 2023 rimane quello definito con Bce e sindacati. Ma una revisione dei target ...

Oggi sulla stampa