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Gli intrecci di Carige, il bancomat della città

E dopo il rapporto-choc di Banca d’Italia che ha delineato il sistema «Carige & amici» e ha posto fine ai 25 anni di comando di Giovanni Berneschi, nel ristretto quadrilatero intorno a Piazza De Ferrari che raccoglie la Genova della politica e della finanza ieri le luci sono rimaste accese fino a tardi: telefonate, contatti, incontri riservati in vista del consiglio di amministrazione della Fondazione, azionista di controllo con il 47% della banca, che questo pomeriggio approverà la lista dei candidati per i vertici dell’istituto. In vista c’è l’assemblea che il 30 settembre nominerà il nuovo board, dopo che quello in carica è decaduto in seguito alle dimissioni guidate dalla stessa Fondazione.
Che cosa deciderà il numero uno dell’ente, Flavio Repetto, anch’egli (come Berneschi) abituato a lavorare in modo «poco collegiale» dopo le stringenti «raccomandazioni» di Bankitalia sulla governance? Lunedì l’industriale dolciario, da cinque anni alla testa dell’ente genovese, subito dopo la relazione al consiglio e al collegio sindacale di Carige del direttore centrale della Vigilanza di via Nazionale, Carmelo Barbagallo, ha percorso il breve tragitto che porta dal palazzo della Fondazione in via Chiassone alla sede locale dell’authority e ha incontrato la responsabile, Letizia Rodoni.
Senza dubbio le indicazioni di Bankitalia sulla improrogabile necessità di una «netta discontinuità» e di un «profondo rinnovamento» negli organi sociali e nella gestione della banca peseranno sulla determinazioni della Fondazione, che designa la metà meno uno dei consiglieri (che oggi sono 15) e per lo statuto di Carige (in quanto lista più votata) nomina presidente e vicepresidente. Saranno dunque prioritarie nei ragionamenti di Repetto, che aveva individuato nei giorni scorsi per la presidenza Piergiorgio Alberti, professore e avvocato amministrativista, e come vice Alessandro Repetto. Non solo: pare che lo stesso Alberti, con esperienze di consiglio oltre che in Carige anche in Finmeccanica e Parmalat, di fronte alle posizioni dell’authority abbia avviato una riflessione in relazione alla disponibilità ad accettare la candidatura, ritenendo che il segnale di cambiamento debba essere particolarmente forte: perciò (nonostante il profilo nel caso specifico non sia in discussione) le scelte andrebbero condotte il più possibile al di fuori dell’attuale governance dell’istituto.
Del resto Banca d’Italia chiede per la presidenza una figura di «elevato standing in grado di assicurare un’adeguata autonomia dal contesto socio-politico di riferimento». Indicazione esplicita e conseguente rispetto a ciò che il rapporto della Vigilanza (di cui il Il Secolo XIX ha ieri pubblicato ampi stralci) delinea in modo chiaro: la banca è stata gestita da Berneschi come un sistema configurabile in «Carige & amici» che, attraverso il «capo» sosteneva «in modo eccessivo» e con «trattamenti di favore» imprenditori amici e più spesso importanti «parti correlate»: in particolare vengono sottolineati prestiti concentrati per settore e soggetto, e sotto quest’ultimo profilo viene rimarcata l’«attenzione» verso i soci pattisti, che insieme raccolgono il 6% della banca e che lunedì hanno deciso di riproporre per il board Remo Angelo Checconi (Coop) e Luca Bonsignore (oltre a Lorenzo Roffinella e Lucia Venuti). Una banca locale dunque trattata come un bancomat. Anche da chi presentava progetti la cui realizzabilità veniva trascurata al momento dell’affidamento.
Profili di gestione che, insieme ai rilievi rispetto a «una cultura aziendale poco sensibile» alla lotta al riciclaggio, hanno com’è logico sollecitato interrogativi su un possibile intervento della magistratura. Ieri il procuratore di Genova, Michele Di Lecce, ha commentato così sul punto: «Avevamo contatti con Bankitalia prima delle ispezioni alla Carige. Attendiamo la loro relazione, che giungerà qualora i loro uffici ravvisino profili di interesse dell’autorità giudiziaria e non solo amministrativi. Negli ultimi mesi sono pervenuti nel mio ufficio tre-quattro esposti anonimi sull’operato del consiglio. In un caso l’esposto era diretto a uno specifico amministratore che ho fatto contattare e che non ha saputo indicare chi potesse avergli rivolto le accuse».

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