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Gli incentivi fiscali messi a dieta

Stop alle zone franche urbane, al credito d’imposta per l’e-commerce e a quello per le attività di ricerca industriale e sviluppo pre-competitivo previsto dalla Finanziaria 2007. Ma anche al Fondo per il salvataggio e la ristrutturazione delle imprese in difficoltà e agli incentivi fiscali a sostegno dell’innovazione industriale (dl n. 79/1997) e delle pmi del commercio e del turismo (legge n. 449/1997). Sono solo alcune delle circa 40 tipologie di sussidio che la bozza di decreto-legge sui contributi pubblici alle imprese predisposto dall’economista Francesco Giavazzi prevede di abrogare. Il testo (6 articoli), redatto sulla base dell’incarico conferito dal consiglio dei ministri del 30 aprile 2012, si accompagna di una relazione nella quale viene approfondito l’attuale sistema di incentivazione esistente in Italia: un apparato di aiuti che nel 2011 ha fatto uscire dalle casse pubbliche oltre 36 miliardi di euro (ai quali vanno aggiunti i 30 miliardi di euro di erosione fiscale imputabile alle tax expenditures censite dal tavolo guidato dall’attuale sottosegretario al Mef Vieri Ceriani). Il criterio generale suggerito da Giavazzi nel restyling degli incentivi è quello secondo cui non sono giustificati trasferimenti monetari (o sconti fiscali) «che non rispondano ad un evidente fallimento di mercato» e «i cui costi indiretti (amministrativi, o derivanti dalla distorsione degli incentivi degli imprenditori, o dall’intermediazione di mafie) presumibilmente superino i benefici». Da qui la proposta di abrogare tutti i contributi esistenti salvo quelli giustificati dal predetto criterio, quelli finanziabili con fondi europei e quelli destinati a compensare obblighi di servizio pubblico. Complessivamente, come detto, i contributi eliminabili (in quanto “non giustificati”) sono stimati in circa 10 miliardi di euro. Una somma capace di portare in due anni a un aumento del pil dell’1,5%, se utilizzata per ridurre il “cuneo fiscale”, cioè la «differenza tra il costo del lavoro per l’impresa e il salario netto per il lavoratore».

Secondo la bozza di dl il riordino degli incentivi avverrà in due fasi. La prima in maniera diretta ed immediata: con l’entrata in vigore del provvedimento, circa 40 diverse forme di aiuto statale verranno meno, in particolare quelle non rifinanziate o non più ritenute in grado di recare effetti benefici sull’economia. In seconda battuta sarà il governo, attraverso regolamenti attuativi, ad eliminare ulteriori agevolazioni «non giustificate da una situazione di fallimento di mercato». Il testo fa però salve una serie di misure: dagli incentivi gravanti su fondi europei a quelli diretti a compensare l’adempimento di obblighi di servizio pubblico. Per individuare le norme da abrogare e quelle invece ancora utili al paese l’esecutivo si avvarrà del parere di un Comitato tecnico, che sarà nominato con un apposito dpcm.

Gli stanziamenti di bilancio relativi agli incentivi abrogati ancora disponibili confluiranno in un «Fondo unico per l’incentivazione delle imprese» presso il ministero dello sviluppo economico. Idem quelli già erogati e non ancora utilizzati, per i quali è prevista la revoca. Viene stabilita, infine, l’esclusione dalle abrogazioni governative delle norme relative a incentivi che consistono in contributi in conto interessi su investimenti già realizzati o riguardanti infrastrutture in fase di esecuzione.

In ultimo, il decreto dispone che tutti i risparmi derivanti dal riordino dei contributi pubblici saranno destinati alla riduzione del costo del lavoro: toccherà a un decreto del Mef individuare le modalità operative.

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