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Gli impieghi crollano di 200 miliardi dal 2008

La stretta creditizia manifestatasi con la grande crisi del 2008 continua a colpire imprese e famiglie. A risentirne sono gli impieghi dell’aggregato bancario, ossia i prestiti totali alla clientela, che nei nove mesi del 2014 scendono di quasi il 3% rispetto alla fine dell’anno precedente, a 1.240 miliardi. Rispetto al picco massimo del 31 dicembre 2008, gli impieghi dei primi nove gruppi, pari alla metà di quelli dell’intero sistema bancario, crollano di 200 miliardi: una cifra colossale che, opportunamente rimessa in circolazione, potrebbe rivitalizzare l’economia nazionale.
I dati delineano un quadro di apparente contraddizione: da un lato la scarsità di credito, che costringe la base produttiva del paese ed particolare le piccole e piccolissime imprese a tirare la cinghia, dall’altro la generale ripresa dei conti degli istituti, che risalgono lentamente la china nonostante il perdurare della recessione. Il Top Banche registra infatti un aumento dei ricavi dell’1,5%, a 43,2 miliardi, un aumento del risultato corrente del 21%, a 4,7 miliardi, e un balzo dell’utile netto del 78%, a 2,6 miliardi. Resta bassa la redditività del patrimonio netto, il Roe, che cresce di poco meno di due punti, al 3,6 per cento.
I ricavi migliorano grazie all’incremento del margine d’interesse e delle commissioni nette, che compensano la contrazione degli utili da trading, e il risultato corrente aumenta per le minori perdite su crediti, in discesa del 5 per cento. Queste tuttavia diminuiscono solo per tre istituti: UniCredit (-38%), Intesa Sanpaolo (-13%) e Banca Popolare dell’Emilia Romagna (Bper, -5%). Gli altri registrano aumenti anche rilevanti: Monte dei Paschi (Mps) +60%, Banco Popolare +55,5%, Mediobanca +25%, Banca Popolare di Sondrio +15%, determinati in buona misura dalle svalutazioni supplementari richieste dalla Bce per il programma di rafforzamento della qualità degli attivi bancari. Tali svalutazioni hanno costretto Mps, Banco Popolare e Intesa Sanpaolo a stanziare maggiori perdite su crediti rispettivamente per 790, 263 e 390 milioni.
Sono in controtendenza i costi operativi dell’aggregato, in crescita dell’1,6% soprattutto per gli incentivi all’esodo di Mps (313 milioni per accompagnare all’uscita 1.300 dipendenti) e di Banco Popolare (68 milioni per 330 eccedenze di personale). Le più grandi banche hanno espulso o tagliato nei nove mesi 4.600 occupati e ridotto di 1.738 unità il numero degli sportelli, di cui 1.289 di proprietà di UniCredit.
L’utile netto aggregato del campione lievita grazie a oltre un miliardo di proventi straordinari derivanti per la maggior parte da plusvalenze da cessione, anche se Mps e Banco Popolare chiudono in “rosso” il rendiconto, per 1,1 miliardi il primo e per 122 milioni il secondo.
Diminuisce la raccolta diretta dalla clientela, ma in compenso aumenta del 12% la raccolta indiretta, per l’andamento particolarmente favorevole dell’industria del risparmio gestito. Cresce anche il patrimonio netto aggregato (+10%) per effetto degli aumenti di capitale varati dai singoli istituti. Gli stress test effettuati dalla Bce e dall’European banking authority, l’organismo di vigilanza bancaria europeo, evidenziano nel complesso, per i nove gruppi bancari, una eccedenza di capitale di quasi 23 miliardi sui requisiti minimi di solidità patrimoniale richiesti dal regolatore. Le banche più patrimonializzate del dovuto sono Intesa Sanpaolo e UniCredit, con eccedenze pari rispettivamente a 11 e a 9 miliardi, seguite da Ubi e Banco Popolare, con un capitale eccedente, nell’ordine, di 1,8 e di 1,2 miliardi.
Continuano a lievitare, rispetto allo stesso periodo del 2013, i crediti di dubbia esigibilità: incagli, sofferenze, crediti ristrutturati e crediti scaduti. Questa massa di crediti deteriorati aumenta in totale del 6%, a 135,6 miliardi, e rappresenta ormai quasi l’11% dei crediti totali alla clientela, un valore molto elevato (era il 10% a fine 2013). Meno significativo è il fatto che gli stessi crediti deteriorati diminuiscano in rapporto al patrimonio netto. Il calo, in questo caso, è diretta conseguenza degli aumenti di capitale di cui si diceva. Soltanto Mps è stato ricapitalizzato per 5 miliardi nel primo semestre 2014, potendo così abbattere dal 418% al 264% l’incidenza dei crediti deteriorati sul patrimonio netto tangibile. Gli stessi crediti deteriorati di Mps continuano invece ad aumentare nel rapporto con quelli totali alla clientela, passando dal 16% del settembre 2013 a più del 19 per cento. Mps detiene da questo punto di vista il primato del Top Banche, seguito da Banco Popolare con il 18%, da Bper con il 15% e da Popolare di Milano e Ubi con l’11% ciascuno, da Intesa Sanpaolo con il 10% e da UniCredit con il 9 per cento. Mediobanca registra il rapporto più basso (3,3%). L’unico istituto di credito che mantiene stabile il rapporto, rispetto al settembre 2013, è Popolare di Sondrio.
I crediti deteriorarti coperti da accantonamenti finanziari rappresentano in media per il Top Banche il 44% del totale. Gli unici gruppi la cui coperatura supera la media del campione sono UniCredit (51%) e Intesa Sanpaolo (47%) e sono vicini alla media Popolare di Sondrio e Mps, con una copertura rispettivamente del 43% e del 42 per cento. I gruppi più a rischio sono Ubi e Banco Popolare, con un tasso di coperura di appena un quarto dei rispettivi crediti deteriorati.

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