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Gli hooligans di Mosca educati come militari per spaventare l’Europa

MOSCA
Tra lo sconcerto della gente comune, le imbarazzate reazioni ufficiali, e le preoccupazioni dei tifosi per il futuro dei Mondiali 2018, c’è una sorta di sinistra soddisfazione che filtra dai commenti sul web ai fatti di Marsiglia: «I nostri hooligans hanno sconfitto i loro antichi maestri». I teppisti inglesi hanno da sempre esercitato un fascino irresistibile per l’esercito dilagante dei violenti da stadio di Mosca, San Pietroburgo e delle altre grandi città russe. Sin dagli anni Novanta hanno studiato, imitato e perfezionato i comportamenti, lo stile di vita e perfino l’abbigliamento del peggio delle curve del Chelsea, dell’Arsenal, del West Ham. In un escalation di violenze che ha reso sempre più incandescenti molte partite del campionato russo con bombardamenti di petardi, risse furibonde sugli spalti e clamorose manifestazioni di intolleranza razzista. Il tutto condito, come in molti paesi dell’ex area comunista, da una confusa e delirante adesione a ideologie di estrema destra con tanto di svastiche, codici e gerarchie interne paramilitari.
Un mondo a parte, tollerato e mai veramente combattuto dallo Stato, che si fregia di sigle rigorosamente in inglese come i Gallant Seeds, tifosi del Cska di Mosca, i Music Hall dello Zenit di San Pietroburgo, gli Orel Butchers della Lokomotiv Mosca, i famigerati Gladiators dello Spartak. L’appuntamento di Marsiglia era dunque una sfida diretta ai loro ex idoli. Inevitabile e annunciata.
Già ai primi di marzo molti giornali britannici avevano riportato i proclami che circolavano su Facebook e altri social russi come VKontakte. Un tale Jurij scriveva: «Ci stiamo allenando alla lotta nei boschi e sulle curve dei nostri stadi. A Marsiglia gli inglesi non avranno speranza». E abbozzava pure un auto identikit: «Loro sono molli e decaduti con quelle polo firmate e quelle scarpette da donna. Noi siamo uomini duri, molti di noi fanno parte dell’esercito e della polizia». Vero o non vero ,c’è certamente qualcosa di programmato da tempo in quello che è accaduto a Marsiglia. Le stesse testimonianze dei tifosi russi “normali” e non violenti danno un quadro piuttosto inquietante: «Gli inglesi erano giovani, ubriachi e violenti ma disordinati. I nostri erano lucidi, età media sopra i trent’anni, si muovevano come in una battaglia vera, rispondevano a dei capi che lanciavano ordini e indicavano dove attaccare o quando ripiegare… ». Anche l’aspetto sociale lascia un po’ perplessi. Quanti russi, in un momento di crisi economica disperata possono permettersi un viaggio in Francia quando il pacchetto ufficiale venduto a Mosca per gli Europei sfiorava i 10mila euro? Chi può avere interesse a finanziare gruppi che seminano caos e danneggiano l’immagine di un Paese che si appresta a ospitare i prossimi Mondiali? Il dibattito è tra chi scarica tutto sulla colpevole indulgenza del Cremlino riguardo ai fenomeni di estrema destra e chi evoca complotti contro il Paese.
Il problema che resta è però la sicurezza del calcio russo, che ha potuto finora giovarsi della mediocrità delle sue squadre che lo hanno messo ai margini della ribalta internazionale. Ma il Cska, che è il team che maggiormente frequenta gli stadi europei, continua a beccarsi squalifiche e ammende per comportamento razzista, per insegne naziste o per risse sanguinose come quello di Roma di due anni fa. E anche piccoli team minori finiscono ogni tanto sui giornali stranieri per lanci di banane o per cori infamanti verso i giocatori di colore.
Il ministro dello Sport Vitalj Mutko, in tribuna d’onore al Velodrome, ha ammesso le colpe dei russi e parlato di «vergogna per il Paese». Su provvedimenti o indagini interne, neanche un accenno.
Nicola Lombardozzi
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