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Gli hedge fund affossano i listini: Nikkei giù del 10,6%

di Walter Riolfi

A Tokyo è panico, tra la gente e tra gli operatori di borsa che si sono visti crollare l'indice Nikkei del 10,6%. E già in serata (ora italiana) circolavano voci di una possibile chiusura della borsa giapponese per tutta la settimana. Queste voci, del tutto infondate, si sono rincorse sui mercati europei e a Wall Street e c'è il sospetto che qualcuno in Occidente abbia interesse ad alimentare il panico. Infatti, a vendere ieri a Tokyo non sono stati i fondi e i grandi investitori nipponici, ma parecchi hedge fund americani e qualche europeo. La loro scommessa, giocata principalmente vendendo futures sul Nikkei, è che le cose andranno peggio: perché, probabilmente, ancora si sottostimano i danni alle infrastrutture e alle aziende giapponesi e perché la minaccia nucleare potrebbe diventare ancora più grave.

In Europa è stata grande paura sulle borse che hanno perso il 2,27% misurato dall'indice Stoxx (-2,01% Milano, -1,38% Londra, -2,51% Parigi, -3,19% Francoforte). Sono scesi tutti i settori e in particolar modo quei titoli che più avevano corso in precedenza. Allo stesso modo si capisce perché la borsa tedesca sia stata quella più colpita dalle vendite. Il ragionamento degli investitori è piuttosto lineare: il disastro giapponese finirà per produrre qualche conseguenza anche in Europa e dunque andranno leggermente riviste le stime di crescita economica. Nella nuova grande incertezza che si somma agli eventi in Nord Africa e Medio Oriente, è salutare un briciolo di prudenza in più.

A Wall Street si sono percepiti diffusi timori, come se si osservasse la situazione da lontano. E dopo il periodico incontro della Fed, in cui non è emerso nulla di nuovo, l'indice S&P ha trovato l'occasione per mitigare le perdite a meno 1,12% (-1,25% il Nasdaq). L'economia si sta rafforzando, l'inflazione non c'è (e se c'è è solo temporanea) e i tassi resteranno immobili ancora a lungo, recita il comunicato del Fomc. Da quando (18 febbraio) è salita la percezione dei rischi per le rivolte in Medio Oriente e Nord Africa e il prezzo del petrolio ha cominciato salire, le borse europee hanno perso in tutto l'8,5%. Wall Street appena il 4,5%, a significare che gli Stati Uniti si aspettano solo ricadute marginali da quel che succede a mezzo mondo.

Su tutti i mercati finanziari, la seduta di ieri ha riproposto i temi del giorno prima: il prezzo del petrolio in calo (98,5 $ a New York, 109,7 a Londra), i rendimenti dei titoli di stato in ulteriore discesa e lo yen che continua a rafforzarsi su dollaro (80,7) e su euro (112,9), nonostante la nuova iniezione di liquidità da 3mila miliardi di yen. In tutti e tre i casi le reazioni dei mercati sono dettate da logiche di breve periodo. Lo yen sale perché le società finanziarie nipponiche stanno rimpatriando capitali per far fronte all'emergenza; si acquistano Treasury (e in parte Bund) perché nell'incertezza è meglio non rischiare e stare su titoli sicuri: quello che gli operatori, con molta approssimazione, chiamano «volo verso la qualità»; il greggio costa un po' meno perché si ha l'impressione che le cose vadano un po' meglio in Libia e nella penisola arabica e perché si pensa che dopo il dramma giapponese vi sia meno domanda di petrolio.

Queste logiche potrebbero essere completamente ribaltate nel medio periodo. La domanda di petrolio potrebbe invece crescere, perché il Giappone sarà costretto a compensare la produzione di energia elettrica, persa nelle centrali nucleari, incrementando quella prodotta con i combustibili fossili. Inoltre il disastro giapponese sta già spingendo i governi a rivedere e ridimensionare i programmi nucleari. La prova è che le quotazioni delle società produttrici di uranio sono cadute ovunque. Anche le quotazioni dei titoli di stato potrebbero scendere e quindi far salire i rendimenti. Il Giappone è il secondo detentore di debito pubblico Usa (per 880 miliardi di $) e per far fronte alle ingenti spese di ricostruzione (si stimano danni diretti e indiretti per almeno il 5% del Pil) si dovrà probabilmente attingere alle ingenti riserve valutarie per non appesantire un debito pubblico che è al 200% del Pil.

Ieri a Wall Street, alcuni operatori commentavano ironicamente la liquidazione di tutte le attività in Treasury fatta due mesi fa da Bill Gross di Pimco. Li avesse tenuti quei titoli, ora Gross ci guadagnerebbe. Finché la Fed continuerà a comprarli, hanno ragione quegli operatori, forse immaginando che la banca centrale americana finisca per sottoscrivere l'intero debito del paese.

 

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