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Gli hacker sgonfiano la bolla bitcoin

È come la farfalla che in Cina, sbattendo le ali, provoca un maremoto da qualche altra parte nel mondo. Allo stesso modo, nel fine settimana un furto commesso da ignoti hacker ai danni di Coinrail, una piccola piattaforma per lo scambio delle monete virtuali in Corea del Sud, ha provocato uno sconquasso sul mercato dei bitcoin. E non da poco: le quotazioni sono crollate del 12 per cento già domenica sui vari siti di scambio delle criptovalute, con un dato poi confermato alla riapertura della Borsa di Chicago, dove sono quotati i derivati sul bitcoin.
Il dato di rilievo è la rottura della quota settemila dollari, che non è solo una soglia piscologica: da ieri il bitcoin — che nonostante il proliferare di cloni rimane la moneta virtuale sempre più diffusa al mondo — vale attorno a 6.700 dollari, bruciando così 46 miliardi di dollari degli investitori. Statisticamente, si tratta del prezzo più basso degli ultimi due mesi, visto che era sceso sotto questo livello già a marzo, per poi recuperare fino a 10mila dollari. Ma ciò che conta è la tendenza: siamo lontani anni luce dalle quotazioni raggiunte nel dicembre scorso, quando il bitcoin era in piena bolla. E, in ogni caso, da inizio anno, ha perso il 50 per cento del suo valore. Un calo che ha riguardato tutte le monete virtuali. Per dare il dettaglio: ai massimi di fine 2017, in giro per il globo c’erano criptovalute per 830 miliardi di dollari, ora siamo scesi a poco meno di 300 miliardi.
Ma per quali motivo il furto ai danni di un operatore nemmeno di primo piano ha fatto crollare il mercato? La risposta non è tanto legata al danno economico in sè ( Coinrail è in fondo alla classifica delle prime 100 piattaforme per valore movimentato), ma al danno di immagine che colpisce al cuore la tecnologia alla base del bitcoin, che viene sempre raccontata come difficilmente attaccabile dagli hacker. È vero che finora i “ladri” informatici se la sono presa con le piattaforme più piccole e che si ipotizza meno difese da intrusioni informatiche: ieri è accaduto a Coinrail, nei mesi scorsi al giapponese Coincheck e a febbraio a un piccolo operatore italiano denominato BitGrail. Ma tanti piccoli mattoncini stanno costruendo un muro: secondo un calcolo del Wall Street Journal, dal 2014 le violazioni informatiche ai danni degli exchange sono costate agli investitori almeno 1,4 miliardi di dollari. Oltre a una perdita costante di fiducia.
Ma non è solo questo il motivo per cui bitcoin e i suoi fratelli minori stanno perdendo in popolarità e valore economico. La moneta virtuale è ancora poco usata, non ha avuto quella diffusione di massa che i suoi sostenitori si aspettavano, in modo che fosse slegata dai pericoli dell’inflazione. Anche in questo caso parlano i dati: secondo uno studio di Chainanalysis, società di consulenza specializzata nell’analizzare i fenomeni legati al riciclaggio e ai reati commessi attraverso le criptomonete, anche la “ricchezza” creata dalle monete virtuali — così come avviene per le banconote emesse dagli stati sovrani — è circoscritta in poche mani. Lo studio ha rivelato come un terzo del valore dei bitcoin in circolazione sia in mano a 1.600 persone, di cui mille persone che hanno un’ottica di investimento di lungo periodo e gli altri 600 sono speculatori a breve periodo. Percentuali che scendono ulteriormente quando si parla delle altre criptovalute, visto che il bitcoin rimane non solo la moneta virtuale più diffusa, ma anche la più liquida. Anche se per il momento non è bastato a decretarne il successo.

Luca Pagni

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