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Gli emiri di Etihad in campo per avere una quota di Alitalia

MILANO — Etihad scende in campo (con grande prudenza) nella partita per il futuro di Alitalia. «La nostra politica è quella di non commentare le voci di acquisto di una partecipazione — ha scritto ieri l’aerolinea degli Emirati Arabi Uniti in una nota — . Continuiamo però a esaminare le opportunità di investimento in altre compagnie aeree come un’importante evoluzione della nostra strategia di partnership di successo ». La società del Golfo ha già rilevato in Europa il 29,1% di Air Berlin e il 3% di Air Lingus (candidandosi pure a comprare il 30% in portafoglio a Ryanair). E – a complicare ulteriormente il quadro delle alleanze nei cieli europei – è legata a un’alleanza commerciale con Air France, azionista a sua volta al 25% di Alitalia e di Sky Team.
La mossa degli emiri, allo stato, pare più che altro tattica. Obiettivo: tenere acceso un faro su un mercato in rapida evoluzione e interessante come quello tricolore e aumentare il proprio peso negoziale nell’asse con Parigi. Difficile che Etihad vada allo scontro frontale con Air France. Per almeno due motivi: il primo è che non può rilevare più del 49,9% di Alitalia (non essendo un vettore Ue farebbe saltare tutti gli accordi bilaterali di volo). Il secondo è che con i soldi necessari – o perlomeno pretesi dalla cordata dei “patrioti” – per acquistare il controllo del vettore italiano, Abu Dhabi potrebbe rastrellare direttamente in Borsa più del 50% del colosso dei cieli transalpino.
Le pedine però a questo punto sono tutte in campo. Tra due giorni i soci Alitalia potranno (in teoria) vendere liberamente le loro quote. E fino a ottobre esiste una prelazione tra di loro, vincolo che in ogni caso rende obbligatorio fino ad allora passare da Air France prima di muovere qualsiasi tassello. I francesi però hanno il coltello dalla parte del manico e spingono – visto lo stato delle casse del gruppo con il capitale mangiato dalle perdite – per prendere la cloche della compagnia con un’operazione low-cost, attraverso un aumento di capitale che molti degli azionisti italiani non sarebbero in grado di seguire. Questi ultimi, non a caso, hanno iniziato a prendere contromisure valutando l’ipotesi di dare un mandato a una banca d’affari (pare Rotschild) per studiare ogni possibile ipotesi di partnership in giro per il mondo. I paletti però sono stretti: uscire dall’alleanza con Air France costerebbe moltissimo.
Il vero convitato di pietra, specie ora in campagna elettorale, è la politica di casa nostra. I fan dell’italianità della compagnia di bandiera stanno provando a mettere una rete di protezione attorno ai soci tricolori. Il braccio armato potrebbe essere il Fondo di investimento strategico della Cdp, magari in appoggio a un’operazione che preveda un ingresso in minoranza di Etihad concordato con Parigi. Una soluzione che farebbe contenti tutti: Air France che non ha i mezzi per un’acquisizione tout court di Alitalia (almeno fino a quando i suoi titoli non saliranno ancora in Borsa), i soci italiani che non sarebbero costretti a mettere mano a portafogli non proprio ricchissimi e gli emiri che presidierebbero a quel punto anche il sud dell’Europa con una partecipazione diretta.

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