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Gli emergenti all’attacco della Fed

Sono i Paesi emergenti il nuovo epicentro delle preoccupazioni del G-20 sull’economia mondiale. In quiescenza la crisi dell’Eurozona, sono ora le grandi economie emergenti, che fino a qualche mese fa erano considerate il motore più efficiente della crescita globale, a destare i timori più gravi.
In una fase di ripresa ancora fragile, come evidenzierà il comunicato finale di oggi, sono queste nuove potenze, che negli ultimi anni hanno conquistato un posto al tavolo dei grandi, a mostrare la corda. Non solo diverse economie hanno rallentato vistosamente, dal Brasile all’India, ma alcune sono alle prese con squilibri che la crescita impetuosa degli ultimi anni aveva mascherato e accusano forti uscite di capitali: soprattutto lo stesso Brasile e diversi Paesi asiatici, con l’esclusione della Cina.
La nuova situazione ha innescato una polemica abbastanza aspra all’interno del G-20 stesso, dove i “nuovi grandi” hanno messo sotto accusa la politica monetaria degli Stati Uniti. Annunciando che comincerà a ridurre progressivamente (tapering) lo stimolo monetario, forse a partire già dalla riunione di questo mese, la Federal Reserve americana ha prodotto la fuga dei capitali dagli emergenti più in difficoltà, l’aumento dei tassi d’interesse internazionali e la svalutazione delle loro monete. Questo ha avuto un pesante effetto destabilizzante, accusano gli emergenti. Ieri la riunione dei capi di Stato e di Governo dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), i più importanti degli emergenti, ha denunciato lo “spillover”, le conseguenze negative non volute, della politica monetaria non convenzionale «di alcuni Paesi avanzati». La normalizzazione della politica monetaria deve essere «efficacemente e attentamente calibrata e chiaramente comunicata».
Il Brasile, a nome di tutti, ha insistito sull’inserimento della parola spillover nel comunicato finale, gli Stati Uniti si sono battuti, in sede di redazione (le solite riunioni di sherpa che hanno occupato tutta la notte fra mercoledì e giovedì), per escluderla. Insolitamente esplicito nelle critiche anche il viceministro cinese Zhu Guangyao. Persino il cancelliere tedesco Angela Merkel ha parlato di normalizzazione necessaria, ma che va fatta «passo dopo passo».
La presidenza russa ha cercato di mediare. Il viceministro Sergej Storchak ha riconosciuto che le politiche monetarie dei Paesi avanzati hanno avuto anche l’effetto positivo di stimolare la domanda di import di beni dei Paesi emergenti stessi. E la sherpa Ksenia Yudaeva ha ammesso che le debolezze di alcuni Paesi emergenti hanno contribuito agli scossoni delle ultime settimane.
I Brics si preparano anche ad affrontare da soli eventuali ulteriori turbolenze: dato che l’aumento di capitale del Fondo monetario, che dovrebbe riconoscere loro un aumento delle quote commisurato al loro maggior peso nell’economia mondiale, è bloccato al Congresso Usa, hanno varato la creazione di una banca, la New Development Bank, e un accordo per mettere in pool parte delle proprie riserve, da usare in caso di emergenza, nel Contingent Reserve Agreement (Cra), per un totale di 100 miliardi di dollari. La Cina ce ne metterà 41, Brasile, India e Russia 18 a testa e il Sudafrica 5.
Le polemiche sull’impatto delle scelte della Fed (che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha rispedito al mittente, dato che la responsabilità dell’amministrazione non si estende alla banca centrale, che è indipendente) hanno fatto passare in secondo piano la priorità della presidenza russa di varare il «piano d’azione di San Pietroburgo per la crescita e l’occupazione», con una serie di misure da adottare da ciascun Paese, e l’importante accordo sul fisco per combattere l’elusione delle multinazionali e scambi automatici di informazioni fra le autorità tributarie entro il 2015.
Nel comunicato di oggi, lunghissimo, riemerge anche il tema del commercio, a lungo dimenticato dopo il fallimento del negoziato del Doha Round. Il G-20 si impegnerà a impedire nuove misure protezionistiche, consapevole che gli scambi internazionali sono uno dei grandi motori della crescita. I venti rinnoveranno un’intesa già sottoscritta tre anni fa e che non ha impedito, da allora, l’introduzione di oltre 700 misure protezionistiche. Se ne riparlerà in una riunione ministeriale a Bali a fine anno.

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