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Gli effetti della brexit su politica, finanza e immigrazione

L’ assurdo omicidio della parlamentare laburista Jo Cox ha dato la prova di quanto la campagna sulla Brexit sia finita preda di paure e fantasmi incrociati che prescindono dalla realtà dei fatti e delle cifre. Mentre si dimentica che in caso di Brexit ci saranno comunque due anni di tempo per prendere fiato e ragionare sul da farsi.

L’esito del voto si è fatto davvero incerto e anche gli allibratori, in un Paese ove si gioca su tutto, sono più cauti. Vale la pena dare un’occhiata ai problemi che si potrebbero porre in un’ottica specificamente italiana.

L’immigrazione innanzitutto. Fra Londra e dintorni sono circa trecentomila gli italiani regolarmente iscritti all’anagrafe dei cittadini all’estero. Ce ne sono altri trecentomila o giù di lì, non censiti, che vanno e vengono grazie alla libertà di movimento garantita dall’Ue. Insieme, sono più della popolazione di una città come Bologna.

Per i primi, divisi fra la City, un po’ di industria e la miriade di attività che hanno reso, tanto per fare un esempio, Bond Street una strada quasi interamente italiana, non dovrebbe cambiare granché: Cameron ha ribadito che i diritti acquisiti non sarebbero toccati e sarebbe comunque una follia privarsi di professionalità fondamentali per il Paese.

Qualche fastidio ci sarebbe, come quello di doversi procurare un permesso di soggiorno, ma sarebbe poca cosa. Per togliersi d’impaccio, molti potrebbero decidere di diventare sudditi di Sua Maestà.

Per i secondi, la musica sarebbe diversa. L’Inghilterra è piena di ragazzi e ragazze — provenienti spesso dalla provincia profonda — che imparano la lingua e fanno lavori che mai a casa loro accetterebbero, vivendo esperienze che li aiutano a diventare cittadini più consapevoli del mondo, felici della loro indipendenza (nel bene, e talvolta nel male: anche questa è scuola di vita).

Tornando, trasmettono visioni meno stereotipate a quelli che non erano mai partiti, aiutando quell’internazionalizzazione «dal basso» di cui ha ancora bisogno il nostro Paese. Passaporti e controlli porrebbero fine a tutto ciò; un guaio per i ragazzi, e un danno per tutti. Anche per gli inglesi: questi italiani hanno contribuito a fare di Londra una città vitale e variopinta; andandosene, rischierebbe di tornare al grigiore degli anni Settanta: ma questo, appunto, non sarebbe un nostro problema.

L’economia poi. Il nostro sistema finanziario dipende dalla City; molte banche e imprese agiscono da Londra avvalendosi di un sistema di regole particolarmente favorevole; la nostra Borsa fa capo al London Stock Exchange.

La perdita dei cosiddetti passporting rights , che consentono di operare liberamente nella Ue, rappresenterebbe per noi un appesantimento burocratico di cui nessuno sente la necessità. La Brexit darebbe un forte incentivo a lasciare Londra per Parigi o Francoforte, con difficoltà e costi imprevisti per gli italiani che sempre più numerosi in questi anni hanno scelto quella piazza (come ha spiegato il Financial Times , sarebbero assai pochi a scegliere Milano, nonostante l’ottimismo di qualcuno).

Investire in Gran Bretagna sarebbe più complesso e quanti ci stavano pensando, attratti da un mercato dinamico e deregolato, si vedrebbero costretti a rifare i loro conti. Non c’è dubbio che i danni maggiori ricadrebbero sugli inglesi, ma anche per parte nostra il costo di un allentamento dei legami con un mercato sempre più importante — finanziario, e non solo — sarebbe più alto di quanto si pensi.

La politica, infine. L’idea di Europa è una componente essenziale della nostra identità: diversamente dall’eccezionalismo britannico, non cerchiamo di definirla in isolamento, bensì all’interno di un quadro multilaterale che ci garantisca e dia spazio.

La Brexit potrebbe rivelarsi un virus pernicioso e assestare un colpo forse mortale alla possibilità di dare vita a quella unione politicamente integrata, che rappresenta una priorità per l’Italia e sta resistendo con fatica all’onda degli euroscetticismi. La fragilità attuale della Ue non induce all’ottimismo, ma recuperare un minimo di coesione è fondamentale in primo luogo per noi.

Non servono tanto progetti come il ritorno a un «nucleo duro» dei Sei Paesi fondatori, che non tiene contro della storia e ha i piedi d’argilla: sarebbe piuttosto necessario partire dal fatto che un’Europa diventata plurale richiede percorsi autonomi e indipendenti, all’interno di un quadro di riferimento comune. Due Europe parallele insomma, per rilanciare l’Europa.

Non è ancora il momento di fasciarsi la testa, come si diceva: se passasse la Brexit ci vorrebbero almeno due anni per mettere a punto i termini del negoziato sulla separazione e potrebbe prevalere la volontà di non crearsi troppi grattacapi.

Nessuno mostra di avere fretta e avremmo il tempo per pensare al da farsi: non sprechiamolo.

Antonio Armellini

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