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«Giusto processo, basta corruzione» Per Draghi 535 sì e 56 no alla Camera

Combattere la corruzione e snellire gli appalti pubblici attraverso semplificazione delle norme e la trasparenza della Pubblica amministrazione. Ma soprattutto aumentare il tasso di legalità del Paese, anche contro le mafie, garantendo un processo «giusto e di durata ragionevole» nel rispetto della Costituzione.

Mario Draghi incrocia i dati degli illeciti, «la cui percezione non è ancora uguale al calo che c’ è stato negli ultimi anni», promette una semplificazione normativa degli investimenti pubblici, abbina le due cose alla competitività del sistema e all’attrazione degli investimenti esteri.

Senza «legalità e sicurezza» non c’è futuro, che rappresenta invece la cifra del «suo sguardo» e che il premier spera ispiri il «lavoro comune». L’articolazione del suo programma Draghi l’ha già illustrata al Senato e così alla Camera sceglie una replica breve, tredici minuti in tutto in cui chiarisce solo qualche passaggio: dalle piccole e medie imprese alla giustizia (il più applaudito) ma anche alle carceri. Gli istituti penitenziari «sono sovraffollati», osserva, e non bisogna trascurare la «paura» del contagio.

I numeri su cui può contare anche alla Camera sono più che robusti e neanche il caos 5S è capace di metterli a rischio. La fronda dei Cinque stelle è però ormai ufficiale e si allarga addirittura alla Camera (sono 16 i no detti al premier, e altre 15 defezioni si contano tra assenti e astenuti, per un totale di 31 voti mancanti). Un dato che sottolinea Giorgia Meloni: «Oggi sono tutti con lei… vedrà quando scatterà il semestre bianco quanti temerari dissidenti usciranno fuori», dice intervenendo in Aula e ribadendo il voto contrario del suo partito.

E Salvini si dice convinto che presto in Parlamento ci saranno altre novità: una manciata di parlamentari traslocherà alla Lega — assicura — e non saranno solo M5S, Matteo Renzi candida Italia viva a essere la «casa del buon senso», vale a dire dei «riformisti» che in Francia guardano a Macron.

Oltre alla giustizia civile per la prima volta Draghi cita anche quella penale, mentre dagli scranni della Lega il capogruppo Riccardo Molinari gli fa notare che da parte del partito di via Bellerio «non ci saranno totem, nemmeno su quota 100, ma certo della prescrizione ci occuperemo».

Per l’ex governatore della Bce comunque entrambi i rami della giustizia sono un «servizio pubblico fondamentale e come tale devono rispettare tutte le garanzie e i principi costituzionali». Vale a dire «un processo giusto e un processo di durata ragionevole, in linea con la media degli altri Paesi europei». Parole che raccolgono i consensi più ampi, anche se il tema è altamente divisivo in Parlamento.

E una nota più di dettaglio Draghi la dedica al rapporto fra corruzione ed economia, la moltiplicazione di norme pensate negli anni per rendere più efficace la spesa e gli appalti pubblici ha ottenuto un effetto paradosso: «Questi meccanismi impegnano pubblici funzionari, cittadini e imprese in numerosi adempimenti che sottraggono tempo e rendono meno efficace l’azione amministrativa, finendo così per alimentare fenomeni di illegalità. È la farraginosità degli iter il terreno fertile in cui si annida l’illecito».

A differenza del giorno prima il capo del governo non tradisce più emozione, si lascia persino andare ad una risata quanto Roberto Giachetti lo paragona a Totti, anzi «al Capitano». Incassa senza scomporsi l’avvertimento del capogruppo Cinque Stelle, critico verso la Lega: «Noi ci saremo con tutti nostri principi, ma non ci saremo ad ogni costo, si guardi da chi si è impegnato in passato a sgonfiare le gomme degli altri», mette agli atti Davide Crippa. Mentre stupisce Gianluca Vinci, che vota no, lascia la Lega e passa a FdI. Dopo un’altra lunghissima giornata Draghi lascia Montecitorio ottenendo la fiducia con 535 sì, 56 no e 5 astenuti.

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