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Giustizia, un sì sofferto Draghi placa le liti ma il M5S è spaccato

Il giorno più lungo per Marta Cartabia. E per Mario Draghi. Sulla giustizia. Comincia alle 8 e 30 con una riunione in cui il premier e la Guardasigilli affrontano la grana della prescrizione. M5S, con Stefano Patuanelli e Anna Macina, ministro e sottosegretaria in via Arenula, annunciano l’astensione dei 5stelle. Il premier dice di no. Un no netto. Comincia una battaglia che durerà per 12 ore. Ma alla fine, in un Consiglio dei ministri dove tutti litigano con tutti, M5S accetta di votare la riforma penale della Guardasigilli. Ingoia un boccone amaro, che spacca il Movimento: da una parte contiani e bonafediani e dall’altra chi non vuole immolarsi sulla prescrizione dell’ex Guardasigilli.M5S ottiene quello che chiede ormai da più di 24 ore: i reati di corruzione avranno diritto, come quelli più gravi, dalla mafia al terrorismo, a processi in Appello e in Cassazione che potranno durare il tempo necessario. Un compromesso che scatena però la collera di Forza Italia. Protesta il ministro Brunetta. S’inalbera Maria Elena Boschi. La Lega veste i panni della mediatrice dopo aver ottenuto che la cosiddetta “messa alla prova” non potrà valere per i reati puniti fino a dieci anni. Salvini e Giorgetti sono in stretto contatto con Giulia Bongiorno. I responsabili Giustizia dei partiti non sono fisicamente dentro la sala del consiglio, ma la loro presenza è palpabile. Il telefono squilla di continuo. Soprattutto su quale sarà il futuro della riforma in Parlamento.Sono le 20 e trenta. E a palazzo Chigi la partita della giustizia si chiude. Draghi chiede lealtà ai partiti del suo governo («Sul Pnrr voglio una maggioranza») e la promessa che il testo verrà sostenuto da tutti tra Camera e Senato. Il premier parla di «una legge essenziale per il governo ». Lo è certamente per i fondi europei. Tutti, a parole, rispondono di sì. La Guardasigilli dà conto della fatica di questi mesi. Parla «dello sforzo per dare un’immagine del processo penale in cui tutti potessero riconoscersi ». Eccola sostenere le sue ragioni: «I processi troppo lunghi sono un doppio danno per gli imputati e per le vittime». Parla del contesto in cui la riforma di Bonafede è stata modificata, «in ragione dell’impegno con l’Europa e in base ai principi costituzionali». Quanto alla prescrizione, rivolta verso gli M5S, spiega le modifiche: «Lo scopo è tenere ferma la Bonafede, ma affrontare i problemi nati col rischio di processi infiniti. Problemi affrontati con la previsione di termini di procedibilità ».Cartabia illustra la lista dei reati che non si possono prescrivere, tra i quali è stata inserita la corruzione. Su questo la polemica è ancora fortissima. M5S, l’ala di Conte e Bonafede soprattutto, ha ottenuto la modifica. M5S è passato dall’astensione al voto favorevole. Ma la reazione di Forza Italia è durissima. C’è già chi dice che la Gelmini non riuscirà a garantire il voto dei suoi. E certo le acque sono agitatissime anche nel M5S. Come dimostra il film della giornata.La prima riunione alla Camera vede di fronte, con Bonafede presente, Di Maio, Patuanelli, i capigruppo di Camera e Senato Crippa e Licheri. Bonafede non nasconde certo la sua idea. Nei giorni precedenti ha cercato di convincere Cartabia a seguire il sistema tedesco, una prescrizione che si ferma proprio come la sua dopo il primo grado. Poi gli sconti di pena se i processi durano troppo nei gradi successivi. Ma certo non quella che lui chiama “l’impunità” che nasce dalla “improcedibilità”. M5S è fermo ancora sull’astensione. Mentre Di Battista, dalla Bolivia, grida al «maxi regalo ai ladri». All’opposto il segretario del Pd Enrico Letta parla di riforma «non più rinviabile».Sono le 17. E Draghi non accetta che M5S arrivi in consiglio per astenersi. In quei minuti la corruzione entra a far parte dei reati che avranno diritto a processi più lunghi. M5S si avvia verso il voto favorevole. Ma adesso la battaglia passa in un Parlamento dove Italia viva, con Lucia Annibali, parla di «un’era Bonafede che si chiude». Dove Enrico Costa di Azione tuitta che «il fine processo mai» è finito in archivio. Draghi e Cartabia hanno garantito che in Parlamento la riforma potrà cambiare. Un futuro tutto ancora da scrivere.

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