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Giustizia, qualcosa si muove

Eppur si muove. L’universo immobile della giustizia comincia a dare qualche timido segnale di cambiamento, ancora circoscritto al civile e al carcere, ma che fa ben sperare il governo sulla politica portata avanti, quanto meno su questi due fronti. Le cause civili pendenti scendono sotto la soglia dei 5 milioni (4.898.745 al 30 giugno 2014 con un calo del 6,7% rispetto al 2013) che da anni veniva sistematicamente superata, sia pure con una progressiva riduzione a partire dal 2009; i detenuti presenti nelle carceri italiane sono scesi stabilmente, dal 31 dicembre 2014 a oggi, a 53.623 (a dicembre 2013 erano 62.536; 66.000 al momento della condanna della Corte di Strasburgo e circa 70.000 nel corso del 2010) ma al contempo sono aumentate (31.962) le misure alternative alla detenzione. Sono i primi frutti delle misure seminate dai governi Monti e Letta e implementate dall’attuale Esecutivo, deciso appunto a proseguire su questa strada. E su quella dell’innovazione organizzativa, per «chiudere» una lunga stagione di «aspro scontro politico» che ha penalizzato i cittadini, le imprese, la crescita del Paese.
Con questo auspicio e con l’impegno a «dialogare» con tutti, il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha presentato ieri alle Camere il resoconto di un anno di politica della giustizia, rivendicando risultati poco mediatici ma essenziali per la ripresa di efficienza. E assicurando che dopo la fase destinata alle «emergenze unanimamente ritenute tali» (cioè carcere e civile), il governo dedicherà la medesima «determinazione» al settore penale (ancora stazionario quanto a pendenze: 3.521.705) e alla lotta alla corruzione, «fenomeno criminale che le inchieste giudiziarie dimostrano aver raggiunto dimensioni intollerabili, anche per il suo intreccio con strutture organizzative di tipo mafioso».
Di qui «l’esigenza di un più efficace contrasto» con un intervento «mirato a perfezionare gli strumenti di prevenzione e di repressione» di un fenomeno «devastante» sul piano economico e della fiducia dei cittadini verso le istituzioni.
Il ministro ha dovuto difendere il suo operato dalle critiche o dallo scetticismo dell’opposizione, in primis Lega, 5 Stelle e Forza Italia e lo ha fatto con passione ma anche cercando di ricondurre a razionalità alcune obiezioni. Come quella, ormai ricorrente, secondo cui il decreto sulla “tenuità del fatto” (possibilità che il Pm chieda al giudice l’archiviazione di alcuni procedimenti se risulta, in concreto, la particolare inoffensività della condotta) sarebbe una «depenalizzazione» di 157 reati, con «gravi conseguenze per la sicurezza». Oppure quella, anch’essa ripetitiva, secondo cui i provvedimenti “svuota carceri” sarebbero stati degli «indulti mascherati». Orlando ha tentato di ricordare i valori costituzionali che ci obbligano a garantire una pena sensata, rispettosa dei diritti dei detenuti e funzionale al loro reinserimento sociale. Ma inutilmente. Ha quindi invitato i detrattori a ragionare almeno in termini «utilitaristici», cioè di sicurezza e di spesa: dopo gli svuota-carceri, a differenza del dopo-indulto «non c’è stata alcuna escalation» dei reati, che anzi sono diminuiti; inoltre, è dimostrato ormai scientificamente che, là dove sono utilizzate misure alternative alla detenzione, la recidiva «scende in modo drastico» e questo «ci ha fatto risparmiare quasi 50 milioni di euro». «Sviluppare le pene alternative non è un atto di buonismo: è un modo di costruire un’esecuzione della pena che sia più efficiente, che abbassi la recidiva e che consenta anche una razionalizzazione della spesa» ha quindi osservato, ricordando che le misure alternative non sono libertà ma un modo diverso di scontare comunque la pena.
Quanto al civile, dopo aver ricordato le incoraggianti parole del vicepresidente della commissione europea Jyrki Katainen, il ministro ha rivendicato il carattere «prioritario» dell’intervento per «impedire che lo Stato ceda il passo ad altri soggetti, non sempre collocati nell’alveo della legalità, nella risoluzione dei conflitti». Ha ricordato che gli avvocati sono stati chiamati a svolgere una «collaborazione attiva» a questa sfida, di cui sono tasselli essenziali la delega sul processo civile (approvata ad agosto ma non ancora giunta in Parlamento), l’analisi dell’arretrato, il processo telematico, l’informatizzazione e, non ultimo, il reperimento del personale amministrativo (su 35.625 unità presenti rispetto a un organico di 43.702, 71 sono già state recuperate con la mobilità infracomparto e «nei prossimi giorni» sarà pubblicato il bando per il reclutamento di 1.031 unità).
Inevitabile un riferimento alla riforma della responsabilità civile dei magistrati, necessaria perché le norme vigenti «non hanno garantito un’effettiva tutela al cittadino», ma scritta in modo tale da non provocare «alcun conformismo giudiziario». Nessun intento punitivo, ha ribadito il guardasigilli, semmai l’esigenza di «corresponsabilizzare» chi ha causato il danno nel risarcimento che lo Stato è tenuto a corrispondere. Quanto alla preoccupazione che la riforma possa comprimere l’autonomia delle toghe e la loro libertà interpretativa, il governo – ha detto Orlando – ha contrastato questa deriva, che sarebbe incostituzionale e danneggerebbe i cittadini.
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