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Giustizia, la sfida dell’efficienza

di Donatella Stasio

«Lavorare sodo»: così Paola Severino riassume il compito che l'aspetta nei prossimi mesi per dare all'Europa, ai mercati e ai cittadini, una delle tante risposte attese, il recupero di efficienza della giustizia civile e penale necessario per risparmiare risorse, contribuire alla crescita, garantire una durata ragionevole dei processi. Non dice di più la prima donna nominata ministro della Giustizia nella storia della Repubblica italiana, 63 anni, napoletana, penalista di fama internazionale, con una clientela "illustre" che va da numerose banche, come Morgan Stanley (processo Saras, Milano), Dexia e Deutsche Bank (processo sui derivati, Milano) a Romano Prodi (processo sulla vendita della Cirio), dal legale della Fininvest Giovanni Acampora (processo Imi-Sir) all'imprenditore Francesco Gaetano Caltagirone (inchieste di Perugia su Enimont e su Unipol a Milano), da Cesare Geronzi (crac della Cirio) all'ex segretario generale del Quirinale Gaetano Gifuni (indagine sui fondi per la gestione della tenuta di Castelporziano). Toccherà a lei spegnere i fuochi delle tensioni accesi in questi 17 anni tra magistratura e politica e traghettare la giustizia italiana verso standard europei di efficienza, indispensabili per uscire dalla crisi. Come? Con riforme «strutturali» divenute ormai «urgenti», come la riforma della geografia giudiziaria, che resta una priorità insieme a quella per deflazionare un sistema carcerario costoso, incapace di produrre sicurezza collettiva e di garantire la dignità dei detenuti. Ma anche con altre misure necessarie a recuperare tempo e danaro, per assicurare ai cittadini un processo dai tempi ragionevoli. Misure organizzative e processuali.

«È brava, intelligente, competente e capace di individuare le soluzioni giuste ai problemi reali della giustizia», dicono di lei non solo i colleghi avvocati ma anche i magistrati che l'hanno conosciuta nelle aule giudiziarie e l'Anm. Considerata una «moderata», la sua nomina è stata caldeggiata dal centrodestra ma apprezzata dal centrosinistra. Peraltro, in passato, si era già pensato a lei per incarichi istituzionali importanti, come la vicepresidenza del Csm o la Corte costituzionale. D'altra parte, il nuovo guardasigilli ha alle spalle un curriculum di peso: professore di diritto penale all'Università Luiss Guido Carli, di cui è Prorettore vicario; dal 1997 al 2001 vicepresidente del Consiglio della magistratura militare, anche in quel caso prima donna in assoluto a ricoprire l'incarico (durante il quale, nel '98, ha vinto la classifica dei manager pubblici più ricchi, dichiarando un reddito da 3,3 miliardi di vecchie lire); titolare dell'insegnamento di diritto penale presso la Scuola ufficiali carabinieri di Roma. Ha anche partecipato alla redazione delle Linee guida dell'Associazione bancaria italiana per l'adozione dei modelli organizzativi sulla responsabilità amministrativa delle banche emanate nel 2002 e al loro succesivo aggiornamento.

La Severino entra a via Arenula nel pieno di uno sciopero dei penalisti per la mancata attuazione, tra l'altro, della separazione delle carriere di giudici e Pm, su cui il neoministro, in passato, si è espressa a favore, ma che difficilmente sarà ripresa in questo scorcio di legislatura, dove è essenziale concentrarsi sul l'emergenza e su obiettivi condivisi. Certo è che, mentre il precedente governo aveva risposto alle sollecitazioni della Ue solo con interventi sul civile, la Severino si occuperà anche del processo penale, per snellirlo, ma senza forzarne le regole. «Lei i processi li vince – spiega con una battuta un magistrato –, non ha bisogno di cambiare le regole per vincerli».

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