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Giustizia, la road map Monti-Severino “Sulla corruzione impegno europeo patto forte tra i partiti per l’ok finale”

“Le intercettazioni telefoniche sono uno dei temi in agenda, ma in questo momento il governo non ha in cantiere né un disegno di legge, né tanto meno un decreto legge”.
Dunque, i falchi ammaestrati di Palazzo Grazioli possono anche continuare a volteggiare su Palazzo Chigi, strumentalizzando la vicenda che riguarda il Colle per invocare la mordacchia ai giudici e il bavaglio alla stampa. Berlusconi può anche continuare a rinnovare la sua “lealtà” posticcia e bugiarda nei confronti del presidente della Repubblica, salvo aggiungere (nei retroscena mai smentiti) “ora capisce anche lui cosa significa essere esposto alla gogna delle intercettazioni, quando la chiedevo io una legge mi hanno boicottato in tutti i modi e dal Quirinale non ci hanno aiutato…”. Questi tentativi di forzare il quadro normativo, cavalcando l’onda di sdegno sollevata dalle “torbide manovre destabilizzanti” denunciate dal Colle, non trovano sponde nel governo. Sulle intercettazioni il premier non vuole procedere a strappi. “C’è un iter già avviato in Parlamento. Aspettiamo di capire se e come maturano gli orientamenti delle forze politiche”. Iniziative autonome di governo, al momento, sono sconsigliate, perché “inopportune” e potenzialmente “dannose” per le stesse istituzioni. Qualunque decisione,
in una fase così delicata, potrebbe essere letta in modo distorto e frullata dentro il tritacarne dell’anti-politica.
Lo stesso presidente della Repubblica, pur lambito dall’onda, invoca prudenza. Al contrario di quanto è stato detto e scritto in questi giorni, il Quirinale non ha mai sollecitato alla presidenza del Consiglio “misure urgenti” per limitare l’uso e l’abuso delle intercettazioni. Si può pensare a un disegno di legge, è la linea del premier, ma sulla giustizia non è questa la priorità. Come lo stesso Monti ha dettato al Consiglio dei ministri della ripresa post-feriale, il 24 agosto, la priorità è un’altra: “Entro la fine della legislatura dobbiamo puntare all’approvazione definitiva del ddl contro la corruzione: questo è un impegno solenne che il governo ha assunto, di fronte al Paese e di fronte all’Europa. E voglio che sia onorato”. Quindi, dai prossimi giorni, Palazzo Chigi si impegnerà soprattutto su questo fronte. Le intercettazioni, come ha preteso il leader del Pd Pierluigi Bersani nell’ultimo colloquio con il premier, “semmai verrannon
no dopo”.
Anche sulla giustizia, quindi, la road map è dunque definita. Il Guardasigilli Paola Severino ha lavorato l’intero mese di agosto, per metterla a punto. E nel weekend l’ha confrontata con i suoi tecnici e con Palazzo Chigi. “La legge anti-corruzione è il primo vagone che deve partire. Ma io ho seguito e seguo il dibattito che si sta sviluppando anche su tutti gli altri capitoli della giustizia, e sono pronta a fare i miei passi: dalla legge forense alla responsabilità civile dei magistrati”. In linea con l’indicazione di Monti, anche il ministro non prevede sviluppi a breve sulle intercettazioni. Come ha spiegato ai suoi interlocutori, su questo versante non ci sono solo i problemi politici da risolvere. C’è prima di tutto un nodo tecnico da sciogliere: la cosiddetta “doppia valutazione conforme”. Com’è noto, prima del governo Monti l’intera materia è stata stravolta dal governo Berlusconi, con il ddl Alfano che ha introdotto paletti difficilmente valicabili all’attività dei giudici e a quella dei giornalisti. Vincoli ai pm, che per intercettare dovranno dimostrare la sussistenza di evidenti indizi di colpevolezza. Limiti ai giornali, che non possono pubblicare atti
più coperti dal segreto fino a che non siano concluse le indagini preliminari o fino al termine dell’udienza preliminare.
Quel testo, poi emendato grazie al contributo della presidente della Commissione giustizia Giulia Bongiorno, è passato all’esame sia della Camera che del Senato. E allora il nodo tecnico ancora non sciolto è il seguente: le rispettive pronunce, ancorché parziali, dei due rami del Parlamento configurano comunque un “giudicato invalicabile”? Se la risposta è no — secondo l’interpretazione del Guardasigilli — allora si potrebbe intervenire modificando ulteriormente il testo Alfano-Bongiorno. Se la risposta è sì, allora bisognerebbe presentare un nuovo disegno di legge. In tutti e due i casi, la Severino nei suoi colloqui istituzionali ha ribadito un principio fermo: “Dobbiamo contemperare il
diritto-dovere di informare da parte dei giornali e di essere informati da parte dei cittadini, il diritto-dovere alla riservatezza dei soggetti coinvolti nelle indagini, e il diritto-dovere del giudici di indagare liberamente. Ed io ho chiarissimi quali possono essere i punti di equilibrio”.
Per ora il Guardasigilli non li ha messi nero su bianco. Ma è stato Monti, la scorsa settimana, a definire il perimetro nel quale eventualmente ci si dovrà muovere: “Possiamo anche pensare a migliorare la disciplina delle intercettazioni, ma a due sole condizioni: non ci deve essere nessun intralcio al lavoro della magistratura inquirente, e non ci deve essere nessun ‘vulnus’al diritto di cronaca”. In questo contesto, la questione del Quirinale indirettamente coinvolto nell’indagine sulla trattativa Stato-mafia è fuori dal perimetro. Le intercettazioni del presidente della Repubblica — è la linea del ministro della Giustizia — non c’entrano niente con un’eventuale nuova disciplina delle intercettazioni “ordinarie”. Ci sono in ballo le prerogative del Capo dello Stato, e per questo “non c’è altro da fare che attendere la pronuncia della Corte costituzionale sul conflitto di attribuzione”. Anche in questo caso, quindi, nessuna forzatura, e nessuna accelerazione.
Dove invece l’accelerazione ci dovrà essere, secondo i piani della Severino, è appunto sull’anticorruzione. Il premier l’ha detto e continua a ripeterlo: “Ce lo chiedono gli italiani, ce lo chiede l’Europa. C’è un testo che abbiamo ereditato dal precedente governo. Dobbiamo migliorarlo e rafforzarlo, con il contributo del Parlamento. Ma colpire la corruzione è un fattore di crescita per l’economia e di credibilità per il Paese”. La Severino ne è altrettanto convinta: “Dopo il varo del provvedimento alla Camera, ora serve un’intesa politica forte, per far ripartire il ddl al Senato”. Parole che lasciano trasparire la volontà di sollecitare Pdl, Pd e Udc ad una piena condivisione sulle modifiche da apportare la testo. Possibilmente senza la leva della fiducia, sia pure senza escluderne a priori l’utilizzo. Perché “il traguardo finale va comunque raggiunto”, come ribadisce sempre il ministro. La Convenzione Ocse del 1997 è stata ratificata nel 2000, ma l’Italia resta maglia nera nel mondo per la brevità dei tempi di prescrizione (frutto avvelenato della semina berlusconiana). La Convenzione di Strasburgo è stata ratificata nel 1999, ma di fatto in modo solo “figurativo”. Siamo in mora, su norme come il “traffico di influenze illecite” e la “corruzione privata”. E anche le ipotesi di modifica del reato di concussione, contenute nel ddl Alfano, sono insufficienti per qualità del reato e quantità della pena, tanto da apparire ritagliate
su misura per i soliti indagati “eccellenti” (naturalmente Berlusconi nel processo Ruby, ma probabilmente anche Penati nel processo Falck).
Su tutto questo, nelle prossime settimane, il governo spingerà i partiti della strana maggioranza a trovare una quadra. Non sarà facile, perché gli interessi in gioco sono tanti, e quando c’è di mezzo l’ossessione giudiziaria del Cavaliere ogni discorso pubblico sulla giustizia diventa ingestibile. Ma Monti e la Severino vogliono andare fino in fondo. Come dice da tempo il Guardasigilli, “ogni volta che in Italia si parla di giustizia le strumentalizzazioni sono all’ordine del giorno. Dovremmo capire, una volta per tutte, che le leggi non si fanno per salvare questo o quello, ma per il bene del Paese”. Appunto. La stagione dei “codici ad personam” è finita per sempre. E a dispetto dei disinvolti ghost-writer del Cavaliere, la mala-giustizia italiana ha bisogno di tutto, meno che di colpi di spugna e di leggi- bavaglio.

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