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Giustizia di pace, un nuovo status

Un nuovo status della giustizia di pace. La riforma della magistratura di pace può rappresentare un’occasione unica per risolvere i problemi che affliggono il sistema giustizia. Gli operatori del diritto, in primis l’avvocatura, e molte forze politiche lo hanno ben compreso. L’Organismo unitario dell’avvocatura, presieduto da Maurizio de Tilla individua tra i principali problemi della giustizia la mancata riforma della magistratura laica, ovvero di pace ed onoraria. Concetti analoghi ebbe ad esprimere l’ex presidente della Camera Casini qualche tempo fa a Porta a Porta e in altre occasioni in Parlamento. Numerose sono le proposte di riforma presentate da quasi tutte le forze politiche. A nostro giudizio la più completa e garantista è quella bipartisan che vede firmatari (tra gli altri) i senatori Serra e D’Alia (Udc), Carloni e De Luca (Pd).

La nostra pressante richiesta al Governo di assumere un’iniziativa che consenta l’approvazione della riforma della giustizia di pace non ha alcuna valenza corporativa, ma è nell’interesse del paese. La magistratura di pace è una risorsa ingiustamente negletta. Basterebbe aumentare le sue competenze per ridurre drasticamente i tempi del processo. L’agilità dei riti a disposizione consentirebbe di abbattere le lungaggini: in media un giudizio nel nostro paese dura circa 7 anni a fronte dell’anno occorrente dinanzi al giudice di pace.

Un processo celere è una precondizione del sistema. Preciso con un esempio: è in discussione in questi giorni il disegno di legge anticorruzione. Una norma a ragione ritenuta fondamentale per lo sviluppo del Paese.

Ebbene il Parlamento potrà introdurre la migliore normativa di contrasto al fenomeno corruttivo (anche se sul punto gli operatori sul campo, in specie la magistratura professionale, esprimono forti dubbi), ma il rischio dell’intervento della prescrizione sarà sempre molto concreto e difficilmente eliminabile pur a fronte di un aumento dei termini di prescrizione, che allo stato peraltro viene escluso.

In materia penale potrebbe essere attribuita alla competenza del giudice di pace una parte sostanziale dei reati contravvenzionali. Inoltre potrebbero assegnarsi i procedimenti per l’irragionevole durata del giudizi, ciò impedirebbe di ingolfare le Corti d’appello.

In una situazione emergenziale quale quella attuale, in cui lo Stato rischia di dover pagare circa 500 milioni di euro ai sensi della legge Pinto, per l’irragionevole durata del processo, si potrebbero inoltre coinvolgere i giudici di pace, unitamente ai magistrati onorari di tribunale, nella task force, recentemente invocata dal ministro della Giustizia Severino, al fine di risolvere il problema dell’arretrato. Il tema è ormai ineludibile. La Banca d’Italia ha affermato che l’accelerazione dei procedimenti produce enormi vantaggi sul piano economico, atteso che proprio nella lentezza del processo civile risiede quasi un punto del prodotto interno lordo e tale situazione allontana gli investimenti internazionali.

Ritengo che sul punto si apra una vera e propria questione morale. In un’epoca in cui si chiedono severi sacrifici anche alle fasce più deboli della popolazione non è eticamente accettabile sprecare risorse pubbliche, come fino ad oggi è avvenuto.

Abbiamo chiesto un incontro con il presidente della repubblica al fine di rappresentare la gravità della situazione. La prossima scadenza a dicembre di oltre 800 giudici di pace può essere l’occasione giusta per la rivisitazione dello status dei giudici di pace o almeno per l’adozione di una norma che preveda la continuità delle funzioni. Auspichiamo che il Governo faccia propria la proposta, contenuta in numerosi disegni di legge depositati in Parlamento, che prevede la continuità delle funzioni attraverso mandati quadriennali rinnovabili, previa duplice valutazione di professionalità da parte del Csm e dei consigli giudiziari, meccanismo assolutamente meritocratico.

La continuità, prevista già per altri giudici onorari, garantisce autonomia ed indipendenza alla magistratura e quindi è posta in definitiva a tutela dei cittadini.

I giudici di pace lamentano il mancato adeguamento delle remunerazioni secondo gli indici Istat, come previsto dalla legge istitutiva 374/91, ma mai avvenuto dal 1999 ad oggi. Come sottolineato dalla Corte costituzionale, che nei giorni scorsi ha dichiarato l’incostituzionalità dei tagli sulla retribuzione dei magistrati previsti dalla manovra economica 2011-2012, ciò incide sull’autonomia ed indipendenza del magistrato.

Una soluzione era a portata di mano sin dai mesi scorsi. Nell’incontro al ministero del 7 dicembre scorso ricevemmo ampie rassicurazioni sul tema; nella circostanza fu posta come unica condizione dal Governo il consenso parlamentare. Invero, mai come in quella occasione, le forze politiche che lo sostengono presentarono emendamenti che prevedevano una maggiore continuità dei magistrati di pace attraverso mandati rinnovabili. Inspiegabilmente nella seduta n. 281 della Commissione giustizia del Senato, tenutasi il 18 gennaio scorso e avente ad oggetto la conversione del dl n. 212/2011, il sottosegretario Zoppini invitò i senatori proponenti a ritirare gli emendamenti aventi ad oggetto la previsione di mandati plurimi. Alcuni mesi fa Zoppini è stato costretto alle dimissioni per altre vicende, auspichiamo che il ministro voglia rivedere la sua posizione.

Si disse all’epoca che il governo era intento a preparare la riforma. Ebbene la riforma non è mai stata presentata. L’esecutivo ha la possibilità di rimediare assumendo un’iniziativa in tal senso.

La revisione delle circoscrizioni. Il costituzionalista Giuseppe Verde ha evidenziato in maniera esauriente il carattere incostituzionale della legge che ha modificato le circoscrizioni giudiziarie. Anche l’Associazione nazionale giudici di pace nelle diverse audizioni parlamentari ha rilevato evidentissimi profili di incostituzionalità. Ad ogni buon conto è bene tener presente l’iter della riforma.

È stato pubblicato il decreto sulla soppressioni degli uffici. A norma del comma 2 dell’articolo 3 legge 148/11 (legge delega) i comuni hanno sessanta giorni dalla pubblicazione nel bollettino ufficiale e nel sito internet del ministero della giustizia degli elenchi degli uffici del giudice di pace da sopprimere o accorpare per «richiedere il mantenimento degli uffici del giudice di pace, con competenza sui rispettivi territori, di cui è proposta la soppressione, anche tramite eventuale accorpamento, facendosi integralmente carico delle spese di funzionamento e di erogazione del servizio giustizia nelle relative sedi, ivi incluso il fabbisogno di personale amministrativo che sarà messo a disposizione dagli enti medesimi». Entro ulteriori 12 mesi ai sensi del successivo comma 3 il ministero dovrà adottare i decreti attuativi.

A norma del comma 5 dell’art. 1 legge 148/11 «il Governo, con la procedura indicata nel comma 4, entro due anni dalla data di entrata in vigore di ciascuno dei decreti legislativi emanati nell’esercizio della delega di cui al comma 2 e nel rispetto dei principi e criteri direttivi fissati, puo’ adottare disposizioni integrative e correttive dei decreti legislativi medesimi».

Quindi il governo può ancora intervenire (ed è ciò che auspichiamo) sugli elenchi degli Uffici da sopprimere.

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