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Giustizia, Conte alza i toni “Migliaia di processi in fumo Non possiamo permetterlo”

«L’ho detto a Draghi: c’è un limite che il Movimento non può oltrepassare ». Giuseppe Conte riunisce parlamentari e deputati e prova a rassicurarli: la riforma della giustizia non tradirà i principi dei 5S. L’avvocato riferisce dell’incontro avuto con il premir Draghi: «Ho fatto un discorso chiaro. A volte alcuni toni gridati hanno schiacciato l’immagine dei Cinquestelle, siamo passati per manettari, forcaioli. Ma noi sappiamo esprimere una solida cultura giuridica. E rivendichiamo con forza lo stato di diritto. I nostri fari saranno la presunzione di innocenza e il principio della durata ragionevole del processo». Conte dice che i 5S «non difendono una bandiera ideologica ». «Noi — sottolinea — siamo la prima forza di maggioranza, non possiamo attraversare questa fase con spirito dimesso. Avremmo scritto una riforma diversa anche se siamo pronti a dialogare. Ma c’è un limite che non possiamo sorpassare: non possiamo permettere che svaniscano nel nulla migliaia di processi. Non possiamo permettere che vittime di reato rimangano senza giustizia, che si creino nuove soglie di impunità ». E arrivano gli applausi più sentiti dai parlamentari. «Ho invitato quindi Draghi ad ascoltare gli addetti ai lavori — prosegue Conte nella riunione di Montecitorio — Sono loro a condividere la nostra forte preoccupazione».Davanti agli eletti pentastellati l’ex presidente del Consiglio tocca le corde più sensibili, accarezza temi identitari. Va incontro ai tanti che chiedono norme più rigide sulla prescrizione: «L’improcedibilità non velocizza i processi ma li incarta », era stata, in apertura di assemblea, la posizione espressa dal capogruppo al Senato Andrea Licheri. Ma la strada per un’intesa è stretta: non aiutano i 917 emendamenti presentati proprio da M5S in commissione Giustizia, sotto la regia dell’ex ministro Alfonso Bonafede. Una montagna, rispetto ai 21 del Pd e agli 11 della Lega. E dentro c’è di tutto: se passassero scomparirebbe la riforma Cartabia. A cominciare dall’entrata in vigore, il primo gennaio 2025. E poi via l’improcedibilità, 4 anni per l’appello anziché 2, e due per la Cassazione anziché uno. E quanto ai reati eliminare del tutto la lista di quelli per cui scatta la prescrizione, oppure allargarla tantissimo. Bocciata del tutto l’ipotesi che tocchi al Parlamento decidere su quali reati indagare. Sarebbe incostituzionale.Ma Draghi e Cartabia trattano e non rinunciano di certo all’impianto della riforma. Tutt’altro. Dice Cartabia ai suoi: «Gli aggiustamenti tecnici erano stati già stati previsti a palazzo Chigi». Niente stravolgimenti, né tantomeno cambiamenti di sostanza. Basterà al Conte che ha mostrato i muscoli davanti ai suoi parlamentari?La Guardasigilli continua a tessere la sua tela, mandando messaggi ai partner della maggioranza. Alle toghe che incontra a Napoli dice con verve: «Troveremo il modo per risolvere i problemi». E ancora: «Le decine di migliaia di processi che già oggi vanno in prescrizione sono una sconfitta dello Stato». Serve una giustizia «in tempi ragionevoli». Ma quei «tempi ragionevoli» che lei disegna vengono bocciati con durezza da due magistrati come il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri e il capo della procura nazionale Antimafia Federico Cafiero de Raho. «Il 50% dei processi finirà sotto la scure della riforma», dice Gratteri. Cafiero adombra «conseguenze sulla democrazia del Paese, se tanti processi diventeranno improcedibili minando la sicurezza dello Stato».Impossibile non cercare nuove mediazioni, dopo queste parole. Si studiano possibili modifiche: allargare la lista dei reati per cui non vale il limite dei due anni. Ancora: eliminare del tutto la lista dei reati e lasciare ai giudici la scelta di decidere se l’appello dura due o tre anni. Comunque, ed è l’ipotesi che piace al Pd, far slittare l’entrata in vigore della legge di un anno quando le assunzioni di cancellieri e magistrati saranno operative. Ma i tempi per il varo della legge sono strettissimi.

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