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Giustizia civile, una riformina che non riformerà molto

La riforma del processo civile è «mini» e non soddisfa a pieno gli avvocati. Piccoli interventi, quelli contenuti nel decreto legge n.132/2014, convertito nella legge 162/2014 (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 10 novembre 2014), recante «misure urgenti di degiurisdizionalizzazione ed altri interventi per la definizione dell’arretrato in materia di processo civile».

Interventi però, non del tutto nuovi e soprattutto non risolutivi.

Pensato dal governo Renzi per cominciare a smaltire l’arretrato nel settore civile, il primo passo verso la riforma della giustizia servirà a velocizzare alcuni procedimenti, come quello del divorzio, ma risulta inefficace se messo a confronto con la mole di arretrato con cui hanno a che fare avvocati, magistrati e cittadini. Questa almeno l’opinione della maggior parte dei professionisti intervistati da Affari Legali. Che in alcuni casi rilevano che comunque non manchino anche degli aspetti positivi, soprattutto quelli che strizzano l’occhio alle imprese.

Si riferisce proprio a queste norme Micael Montinari dello studio legale Portolano Cavallo che riguardo alle conseguenze della riforma commenta: «saranno di certo positive se guardiamo a misure che facilitano le procedure di recupero dei crediti, come la possibilità per gli ufficiali giudiziari di accedere all’anagrafe tributaria.

Lo stesso dicasi per le novità che velocizzano e semplificano il processo. Qualche beneficio potrà venire anche dall’aumento degli interessi in caso di ritardo nei pagamenti. Tutto ciò, in definitiva, dovrebbe avere un effetto migliorativo sui bilanci delle imprese. Che infine ci sia un’enfasi ulteriore sulle soluzioni alternative alla giustizia dei nostri tribunali è senz’altro un bene». Il professionista si chiede però se le nuove procedure di negoziazione assistita e gli arbitrati forensi, funzioneranno e daranno i risultati sperati. «Il trasferimento in sede arbitrale dei procedimenti civili pendenti e la nuova procedura di negoziazione assistita da un avvocato sono opzioni che, nella sostanza, erano già a disposizione delle parti», spiega Montinari. «Ora abbiamo dei meccanismi che incoraggiano il loro utilizzo. Non c’è che dire: in teoria ne dobbiamo essere tutti contenti. C’è un però o, se vogliamo, un punto interrogativo di non poco conto. Svolgere il ruolo di arbitro richiede delle competenze specifiche e soprattutto un livello di esperienza che si maturano sul campo nel corso di anni. Inoltre, essere arbitro non vuol dire solo essere degli ottimi avvocati ma anche avere familiarità con le tecniche di gestione della procedura. La domanda allora da porsi è: per amministrare un procedimento arbitrale è sufficiente essere iscritti al proprio albo da cinque anni e non aver riportato negli ultimi cinque anni condanne definitive comportanti la sospensione dell’albo?»

Il professor Andrea Giussani, of counsel di Bird & Bird immagina invece un impatto delle nuove norme «sicuramente positivo per le imprese creditrici dell’aumento del saggio degli interessi legali, della semplificazione dell’esecuzione presso il terzo e dell’informatizzazione della ricerca dei beni da pignorare».

Ma sottolinea anche che «a più cauto ottimismo in proposito inducono le modifiche in tema di arbitrato e negoziazione assistita: animate da intenzioni migliori dei risultati ragionevolmente pronosticabili, esse finiscono per concernere il mondo delle professioni legali, incidendo sulla ripartizione di compiti al suo interno, e quello dei comuni cittadini, più che quello delle imprese in senso stretto, rispetto alle quali l’impatto può plausibilmente prevedersi praticamente nullo». Come spiega Giussani, «fra gli operatori si dubita che tali strumenti deflativi del contenzioso siano idonei a ridurre in maniera significativa l’arretrato civile, dato che, fatta eccezione per la negoziazione assistita in materia di famiglia, non permettono di accelerare il processo in quanto tale, ma solo di sgombrare dai ruoli dei magistrati certi tipi di cause in maniera provvisoria, con la conseguenza che tali cause siano solo rallentate nella loro definizione, e che le altre possano essere accelerate solo in misura corrispondente, con un saldo complessivo virtualmente nullo».

Inoltre, ricorrere ad un arbitrato, anche per liti già pendenti, era già possibile, anche le negoziazioni tra le parti, tramite i loro avvocati, «non sono inusuali nella prassi e dipendono dal concreto interesse delle stesse ad affrontare una trattativa per giungere ad una rapida composizione amichevole della controversia evitando le sedi giudiziali». A dirlo è Paolo Pototschnig, partner di Legance, secondo lui le nuove norme «si propongono di favorire il ricorso all’arbitrato anche nelle controversie in cui rileva la conservazione di determinati effetti processuali o sostanziali (ad esempio, sull’interruzione e sulla sospensione del termine di prescrizione) e ponendo determinati limiti temporali per la decisione da parte degli arbitri; quelle sulla negoziazione assistita attribuiscono una particolare efficacia all’accordo così raggiunto. È tuttavia difficile immaginare che queste caratteristiche siano sufficienti per portare un sostanziale contributo a risolvere la crisi della giustizia civile, specie in assenza di un significativo regime di incentivi nel caso in cui ci si avvalga di questi strumenti».

Riguardo al limite di efficacia delle nuove norme, Pototschnig segnala che «in tema di arbitrato conseguirà al fatto che l’obiettivo deflattivo è perseguito rispetto a cause che si trovano in un, più o meno, avanzato stato di trattazione, dove spesso le parti, grazie ai loro difensori, hanno un’idea già sufficientemente precisa del possibile esito della controversia. In questa situazione, sarà il più delle volte improbabile che esse sottraggano consensualmente la lite alla sede giurisdizionale, oltretutto andando incontro a costi maggiori (quelli degli arbitri).

Quanto alla negoziazione assistita, che per determinate materie è anche condizione di procedibilità, allo stesso modo non sembra probabile che possano incrementarsi in modo significativo quelle situazioni nelle quali le parti in lite convergano su una soluzione amichevole quando non vi sia già un immediato e concreto interesse ad evitare il giudizio. La lenta risposta del «servizio giustizia» offerto a imprese e cittadini è spesso di per sé un buon incentivo a raggiungere un accordo quando tale interesse vi sia».

Il ricorso a misure di risoluzione alternativa delle controversie può essere una valida alternativa al contezioso anche per Nicola Gargano partner dello studio legale Gargano, ma «solo se intrapresa su base volontaria, magari incentivando l’inserimento delle clausole arbitrali nei contratti e prevedendo misure quali il credito di imposta sulle spese legali negli arbitrati. Non imponendola». In questo modo, secondo il professionista «si rischia di addossare ulteriori costi sulla parte che ha già versato l’importo di un salato contributo unificato per introdurre la causa. Le soluzioni invece dovranno passare per un risanamento della giustizia civile, adeguando il numero dei magistrati all’aumento di contenzioso e continuando ad investire nello sviluppo ed estensione di tutte quelle misure di digitalizzazione della giustizia», conclude Gargano.

Sia l’istituto del trasferimento in sede arbitrale dei procedimenti civili pendenti (traslatio iudicii), sia il nuovo istituto della negoziazione assistita da uno o più avvocati «non avrà alcun sensibile effetto deflattivo» per Lotario Dittrich, partner di Lombardi Molinari Segni Studio Legale che commenta: «si tratta di norme «slogan» che non innovano nulla: già prima infatti nulla impediva alle parti di trasferire in sede arbitrale una controversia pendente davanti al giudice, così come gli avvocati potevano, come sempre hanno fatto, collaborare per concludere accordi transattivi. In realtà il desiderio inconfessato del governo sarebbe quello di introdurre una qualche forma di arbitrato obbligatorio, che però è già stato dichiarato (giustamente) incostituzionale nel passato. Più interessanti sono invece le novità in ordine alla esecuzione forzata, ove si introduce la possibilità per il creditore di chiedere al presidente del tribunale che l’ufficiale giudiziario abbia accesso agli archivi pubblici ed in particolare alla anagrafe tributaria per individuare i beni utilmente pignorabili in capo al debitore: istituti simili esistono all’estero ormai da moltissimi anni e potrebbero rendere più efficienti le procedure esecutive, soprattutto mobiliari, aumentando il ricavato dalla esecuzione».

A portare una valutazione ottimistica del provvedimento governativo è Salvatore Nolasco di Carnelutti Studio Legale Associato, secondo il professionista la devoluzione ad arbitri dei giudizi ordinari pendenti la è una misura «estremamente positiva» perché «da un lato elimina l’arretrato e dall’altro permette di portare a risoluzione le controversie in maniera più veloce ed efficiente dal punto di vista dell’esercizio del diritto di difesa rispetto al rito ordinario».

Nolasco parla per esperienza professionale, sia da arbitro che da avvocato, e spiega «con l’arbitrato rispetto al giudizio ordinario -al di là della celerità – le parti hanno una possibilità di esercizio del contraddittorio più ampia. Il contesto arbitrale offre più garanzie che ciascuna parte possa esporre le proprie ragioni in maniera più completa e possa avvalersi degli strumenti probatori che ritiene funzionali».

In linea generale, la valutazione di Nolasco è positiva anche per la negoziazione, ma in questo caso esprime delle perplessità: « Il fatto che debba essere concordata da entrambe le parti mi lascia perplesso perché registro spesso un’atavica e generica resistenza dei clienti a cercare un accordo in fase precontenziosa. Paradossalmente perché ciascuno pensa di aver ragione e cedere su alcuni punti rappresenta qualcosa che psicologicamente il cliente fa fatica ad accettare. Lo trovo un atteggiamento molto italiano, nel contesto anglosassone, infatti la prima cosa che si fa è cercare l’accordo. Ma leggiamola in maniera positiva a futura memoria, anche se nel breve periodo non credo che sarà un provvedimento risolutivo. Diamogli una valutazione positiva per l’auspicata funzione maieutica, di mutamento culturale».

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