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Giustizia civile certa, uffici pubblici efficienti e nuovi investimenti

Quando viaggiare sarà di nuovo facile, c’è un episodio al quale dovremmo tutti riservare un pensiero la prima volta che torneremo a salire su un treno. È lontano, eppure legato da un filo invisibile con il Recovery Plan proposto ieri a Bruxelles per aiutarci a uscire dalla peggiore recessione in tempo di pace. Correva l’anno 1994 e mancava un passaggio per avvicinare il Nord e il Sud del Paese con il traforo dell’alta velocità fra Firenze e Bologna. La commissione nazionale per la valutazione di impatto ambientale, guidata dal direttore generale del ministero dell’Ambiente, Costanza Pera, analizzò i massicci dell’Appennino. E, alla fine, autorizzò.

Quattordici anni dopo, la Corte dei conti ha accusato Costanza Pera di danno erariale: lo scavo di uno dei due tunnel aveva raggiunto una falda d’acqua che i geologi non avevano previsto. I magistrati chiesero che Pera fosse condannata a rifondere decine di milioni di euro — si disse — per aver occultato una nota del servizio geologico. L’accusa si dimostrò priva di fondamento ma, prima che le venisse riconosciuta almeno la prescrizione, Pera aveva già speso 40 mila euro in avvocati.

Tutto questo con il Recovery Plan non avrebbe nulla a che fare, non fosse che la Commissione (come anticipato sul «Corriere» il 17 maggio) ci chiederà di intervenire su queste follie italiane. Sarà la condizione per avere accesso a quei nuovi fondi europei. Tre quarti dei 750 miliardi di euro che verranno distribuiti fino al 2024 sono legati a piani nazionali che riducano le barriere oggi capaci di rendere gli investimenti pubblici tardivi, inefficaci, sprecati. Per l’Italia, le riforme che la Commissione ha già indicato sono una giustizia civile certa nei tempi e negli esiti e un’amministrazione che venga messa in grado di funzionare, perché l’Italia oggi è paralizzata da dieci, cento, mille casi Costanza Pera. Ogni anno decine di migliaia di atti pubblici restano a prendere la polvere perché nessuna osa metterci la firma. Non è in discussione l’obbligo dei funzionari di agire con onestà e efficienza, ma i poteri esorbitanti affidati alla Corte dei Conti di contestare il danno erariale innescano la grande fuga dalle responsabilità di una parte del ceto amministrativo. Le paralisi dello Stato e dell’economia si spiegano (anche) così.

Ora l’Europa ci chiede di dipanare questi nodi, perché gli esborsi da Bruxelles verranno poi legati a verifiche su ciascuno di essi. Eppure, ancora una volta, tra Roma e Bruxelles si sta instaurando un surreale dialogo fra sordi. In Italia ci dilaniamo sull’unico programma realmente senza condizioni, il nuovo tipo di aiuti del fondo salvataggi Mes per la spesa a tutela della salute; nel resto d’Europa invece l’attenzione si sta spostando sui fattori di crescita che possano disinnescare la minaccia del nostro debito pubblico. Il 19 maggio dalle colonne del «Corriere», quanto a questo, Christine Lagarde ha ribaltato in poche parole l’intera struttura concettuale del Patto di stabilità. Ciò che conta per rendere un debito sostenibile e ridurlo non è il suo livello assoluto rispetto al prodotto lordo, ha osservato la presidente della Banca centrale europea; piuttosto, bisogna che la crescita nel tempo sia superiore al peso degli interessi che uno Stato deve sopportare.

Così Lagarde e l’intera Unione europea ci stanno togliendo ogni scusa. A tenere basso il costo del debito italiano per ora penserà la Bce, anche se si sta avvicinando ai limiti di ciò che legalmente può fare per noi. Da Bruxelles arriveranno fondi vincolati a precisi investimenti industriali che non eseguiamo più da vent’anni. Non potremo più nasconderci dietro le accuse all’«austerità», se l’Italia è cresciuta meno della metà dei penultimi in questa classifica (Grecia, Portogallo e Finlandia) dal punto più basso della Grande recessione nel 2013 all’inizio di questa pandemia. Non possiamo però neanche pensare che ormai siamo nel paese della cuccagna per il semplice fatto che la Commissione ha sospeso (per adesso) le regole di bilancio e la Bce (per adesso) fa comprare a Banca d’Italia centinaia di miliardi di debito pubblico.

Basta fare due conti per capire perché. L’aver cancellato le «clausole di salvaguardia» che promettevano sempre futuri aumenti dell’Iva è stato un atto di trasparenza. Aver introdotto un «ecobonus» che fa pagare allo Stato ristrutturazioni immobiliari in misura superiore ai costi, al contrario, può favorire un’ondata di furbi disposti a gonfiare i prezzi. Di certo la somma delle due misure — a politiche invariate — aggiunge altri 360 miliardi di debito pubblico nei prossimi dieci anni. Nel frattempo il 2020 distruggerà almeno 1,2 milioni di posti di lavoro in Italia, ha scritto ieri la Commissione. E sappiamo che quest’estate si esauriranno sia i fondi delle misure straordinarie di sostegno al reddito che il blocco dei licenziamenti, prima che il grosso degli aiuti europei inizi ad affluire solo da gennaio prossimo.

Stiamo procedendo su un crinale fragile e scivoloso, ma Lagarde e Bruxelles ci indicano una strada per la sicurezza. Pensiamoci, la prossima volta che saliamo su un treno.

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