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“Giusta la strada tracciata dal Jobs Act l’Italia potrà avere più crescita e occupati”

Secondo l’ex presidente della Bce, Matteo Renzi fa bene a cambiare l’articolo 18. “Il bilancio statale è migliorato: oggi potete vantare un avanzo primario. Il vostro problema, da troppo tempo, è la stagna- zione economica. Eppure quando vado nel vostro Paese, soprattutto in Lombardia, vedo sottotraccia un formidabile dinamismo produttivo. Avete un potenziale che aspetta solo di potersi esprimere”. Per Trichet le ultime decisioni di Draghi sono state eccellenti, ma la Banca centrale non può fare tutto, né può sostituirsi ai governi: “Spetta agli esecutivi nazionali portare avanti le riforme strutturali senza perdere tempo. La Francia, ad esempio, ha una spesa pubblica pari al 56,5 per cento del Pil. Una riduzione è necessaria e possibile. E non parlerei di austerità, piuttosto di saggezza. Dobbiamo proteggere gli interessi dei nostri figli e nipotini”

 «Matteo Renzi deve accelerare sulla riforma del mercato del lavoro». L’incitamento di Jean-Claude Trichet al premier italiano non sorprende. Fu lui a chiedere al nostro governo di modernizzare regole sindacali e contrattuali nell’ormai famosa lettera mandata a Roma in quanto presidente della Bce. Era l’estate 2011, a Palazzo Chigi c’era Silvio Berlusconi, l’Italia rischiava il default. Tre governi dopo, Trichet è ottimista. «Sono stati fatti passi avanti, ma bisogna continuare sulla strada delle riforme», osserva a margine di un dibattito sul futuro dell’eurozona insieme ad altri esperti, tra cui l’economista Jean-Paul Fitoussi, nell’ambito del New World Forum. «L’unione monetaria non rischia più una crisi esistenziale», spiega a Repubblica l’ex governatore della Banque de France, tra il 1993 e il 2003, e timoniere della Bce per otto anni, prima di lasciare la presidenza a Mario Draghi nel novembre 2011. Trichet era all’Euro-Tower di Francoforte quando iniziò il tracollo dei subprime negli Usa, poi trasformato in crisi dei debiti sovrani in Europa. Ancora oggi la Bce è in trincea. «Ma la banca centrale – avverte – non può sostituirsi ai governi».
E’ giusto chiedere più flessibilità sulle regole europee, come fanno Italia e Francia?
«Mi pare che il lassismo finanziario introdotto negli anni 2003 e 2004 ci sia già costato molto. Abbiamo pagato tutti: italiani, greci, spagnoli, ma anche francesi. Siamo stati costretti a proteggerci e ad aiutare gli altri. Bisogna assolutamente continuare far ordine nei nostri conti per mantenere una credibilità davanti ai mercati finanziari. Intanto, dobbiamo concentrarci sulle riforme strutturali per favorire una ripresa dell’occupazione ».
Il nostro Paese è fuori pericolo?
«L’Italia ha subìto nel 2011 un’enorme sfiducia da parte degli investitori. E’ un passato recente, non così lontano. I dirigenti italiani devono esserne consapevoli e non fare come se si trattasse di una minaccia immaginaria».
Perché decise di inviare la famosa lettera al governo Berlusconi, firmata insieme al suo successore, Draghi?
«Mi ricordo bene di quella lettera. Decidemmo di scrivere al primo ministro italiano per chiedere, tra l’altro, le indispensabili riforme strutturali. Bisogna ricordare la gravità della situazione. L’ipotesi di vedere gli investitori mondiali voltare le spalle all’Italia era un rischio reale in quel momento».
Da allora cos’è cambiato?
«Sono stati compiuti sforzi importanti sul piano dei conti pubblici. Il bilancio dello Stato italiano è migliorato rispetto ad allora, e può vantare un avanzo primario. Il problema dell’Italia oggi è un altro».
Quale?
«Da troppo tempo si verifica una stagnazione economica. Una congiuntura dovuta al debole progresso della produttività del lavoro che frena la crescita. Eppure quando vado in Italia, soprattutto in Lombardia, vedo sottotraccia un formidabile dinamismo dell’economia italiana».
Le raccomandazioni della sua lettera sono state seguite più sui conti pubblici che sulle riforme?
«Avete un potenziale di crescita che aspetta solo di potersi esprimere. Il primo ministro fa bene ad accelerare sulla riforma del mercato del lavoro: potrebbe finalmente incoraggiare lo sviluppo delle imprese e dell’occupazione ».
Il governo francese non rispetterà i limiti sul deficit. Parigi guida la rivolta contro l’austerità?
«La Francia ha una spesa pubblica pari al 56,5% del Pil. Una strategia di riduzione mi sembra possibile e necessaria. Non parlerei di austerità, piuttosto di saggezza. L’obiettivo è proteggere gli interessi dei nostri figli e nipotini. Si tratta di buon senso».
La Francia è il nuovo malato d’Europa?
«Durante i miei primi anni da presidente della Bce, ho sentito spesso parlare della Germania come “malato d’Europa”. Diffido da formule semplicistiche. In Francia, sia a destra che a sinistra, c’è la consapevolezza di dover fare degli sforzi sui conti pubblici e sulle riforme strutturali. Ora bisogna dimostrare atti concreti».
Anche il modello tedesco è in panne?
«Negli ultimi anni, la crescita tedesca si è basata soprattutto sulle esportazioni. Il funzionamento naturale dell’economia di mercato dovrebbe ora riattivare la domanda interna, sia sui consumi che sugli aumenti salariali e degli investimenti».
L’Europa uscirà un giorno dalla crisi?
«Ci sono situazioni molto diverse. La Grecia non è la Spagna. La Spagna non è l’Italia. L’Italia non è la Francia. E la Francia non è la Germania. Nessuno è uguale in un’unione monetaria composta da diciotto Paesi. La governance dell’Europa consiste nel dare raccomandazioni mirate a ogni Stato membro».
La Bce può scongiurare il rischio deflazione?
«Nonostante l’attuale debolezza dei prezzi, non credo che il rischio deflazione si confermerà a medio termine. La Bce è stata estremamente attiva e le ultime decisioni del consiglio dei Governatori sotto la presidenza di Mario Draghi sono state eccellenti».
Fin dove può arrivare l’intervento di Draghi?
«La Bce non può fare tutto. Inoltre, non può sostituirsi ai governi. Sono gli esecutivi nazionali che devono portare avanti le riforme strutturali senza perdere tempo. Non vorrei che alcuni governi pensassero che l’azione della Bce permette di rimandare quel che è loro dovere realizzare subito. Su questo punto la Bce è stata sempre chiara. E sono convinto che continuerà ad esserlo».
C’è il rischio di una ricaduta dell’eurozona come 4 anni fa?
«Tra il 2010 e il 2011 abbiamo avuto cinque Paesi sfiduciati dai mercati finanziari. Questi governi avevano un disavanzo primario consolidato che andava dal – 8 al – 9%. Oggi questi cinque Paesi hanno tutti un leggero avanzo primario. La situazione è cambiata. Sono stati fatti molti aggiustamenti. Il pericolo non è più una crisi esistenziale dell’eurozona, ma la creazione di posti di lavoro e il sostegno della crescita sul medio, lungo termine. E’ questa la vera priorità».
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