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I giudici non cedono sul fallimento

La Cassazione resiste al tentativo dei debitori di evitare l’applicazione della procedura
La Cassazione resiste ai tentativi di restringere gli spazi per la dichiarazione di fallimento e adotta soluzioni che possono meglio tutelare l’interesse dei creditori. È questa la tendenza che emerge esaminando la giurisprudenza dell’ultimo anno della Suprema corte in materia di crisi di impresa. Dalla cessazione dell’attività (non seguita dalla cancellazione dal Registro delle imprese) allo scopo mutualistico della cooperativa agricola, dall’assenza dello scopo di lucro al sequestro preventivo antimafia dell’intera impresa, sono numerose le “eccezioni” che gli imprenditori in crisi hanno proposto ai giudici per tentare di evitare la procedura fallimentare.
È il caso dell’imprenditore che si è rivolto alla Cassazione lamentando di essere stato dichiarato fallito nonostante avesse di fatto cessato l’attività da oltre un anno. Ma i giudici di legittimità, con la sentenza 8092/2016, hanno ribadito che il termine di un anno, entro il quale l’imprenditore individuale che abbia cessato l’attività può essere dichiarato fallito, decorre dalla cancellazione dal Registro imprese, mentre non rileva il momento eventualmente anteriore di cessazione effettiva dell’attività.
Miglior fortuna non ha avuto l’imprenditore agricolo che, pur dedicandosi ad attività di trasformazione e commercializzazione di prodotti ortofrutticoli, in forza della sua formale qualifica ha chiesto di restare esente dal fallimento. Con la sentenza 16614/2016, la Cassazione ha affermato che, se le attività connesse assumono rilievo sproporzionato rispetto a quelle di coltivazione, l’imprenditore che invoca l’esenzione deve dimostrare con rigore il collegamento funzionale della sua azienda con la terra.
Inoltre, secondo l’ordinanza 9788/2016 della Cassazione, può essere dichiarato il fallimento delle cooperative che hanno per oggetto per statuto attività agricole, anche se viene perseguito effettivamente uno scopo mutualistico, quando l’attività economica svolta in concreto non corrisponda a quella dell’imprenditore agricolo.
Non solo. I giudici, con l’ordinanza 14250/2016, hanno riconosciuto la “fallibilità” della cooperativa che opera solo nei confronti dei propri soci e senza scopo di lucro. Secondo la Cassazione, infatti, l’assenza della finalità di profitto non esclude l’esercizio dell’attività d’impresa (che si riscontra quando l’attività è svolta in modo da mantenere una proporzionalità tra costi e ricavi).
Può fallire anche la società sottoposta a sequestro antimafia. I giudici di Cassazione, con la sentenza 608/2017, hanno infatti deciso il caso sollevato dai creditori di una società, di cui era stato sequestrato sia l’intero pacchetto azionario sia il compendio aziendale, e di cui l’amministratore giudiziario aveva ottenuto in appello la revoca della dichiarazione di fallimento fatta dal tribunale. I giudici di secondo grado avevano infatti ritenuto la dichiarazione di fallimento incompatibile con la misura di prevenzione patrimoniale antimafia: in questo caso, secondo i giudici di merito, non residuerebbe spazio per una liquidazione a cura del curatore fallimentare in favore di creditori diversi da quelli ammessi dopo la verifica della loro buona fede dal giudice delegato del procedimento di prevenzione. Ma la Cassazione ha ribaltato la pronuncia di appello, ricordando che l’insussistenza di massa attiva da ripartire tra i creditori non ostacola la dichiarazione di fallimento, visto che è prevista la possibilità di chiusura per mancanza di attivo. Anche gli articoli 63 e 64 del Codice antimafia contemplano l’ipotesi in cui tutti i beni della massa attiva siano sottoposti a sequestro e non vi collegano un’ipotesi di revoca del fallimento, ma di semplice chiusura.
Infine, con la sentenza 1157/2017, la Cassazione ha ritenuto che possa essere dichiarato fallito l’avvocato che svolge attività di impresa occulta e illecita. Nel dettaglio, la dichiarazione di fallimento aveva colpito un legale che svolgeva in parallelo con quella forense un’altra attività con le caratteristiche di un’impresa per l’etero-organizzazione e per lo svolgimento della funzione intermediatrice; gestiva infatti i fondi affidatigli da investitori avvalendosi di una ramificata struttura esterna operante anche all’estero attraverso società a lui riconducibili, assumendone i rischi di gestione. I giudici lo hanno considerato un imprenditore dedito in maniera continuativa ad attività finanziaria e, quindi, fallibile.

Giovanbattista Tona

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