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I giudici di legittimità danno rilievo al concordato preventivo

Se la transazione fiscale, nei limiti e con le modalità viste sopra, può disinnescare il sequestro per equivalente, la giurisprudenza di legittimità sembra aver dato rilievo anche al solo concordato preventivo, nel senso che una sua omologa consente di evitare l’insorgenza stessa del reato; anche senza alcuna transazione fiscale ma con un piano che preveda il pagamento integrale, ancorché dilazionato, del debito Iva, potenzialmente oggetto di reato. Anche qui si è avuto un mutamento di orientamento che, partendo da una posizione estremamente integralista è sfociato nella sentenza n. 15853 del 16/4/2015, con la quale la sezione penale della Corte di cassazione ha, tra l’altro, sancito che la presentazione per tempo del concordato (se seguita dalla sua omologa) esclude anche la sussistenza del «fumus» del reato sul quale poter fondare un provvedimento di sequestro preventivo (anche per equivalente) del supposto conseguente profitto. La sentenza in commento si fonda sulla natura pubblicistica del concordato che non può essere ricondotto a una mera volontà del debitore giacché deve incontrare il consenso dei creditori e il vaglio del tribunale. Così, anche senza transazione, l’omologazione del concordato che preveda il pagamento integrale del debito tributario potenzialmente oggetto di reato è efficace a escludere ripercussioni di natura penale. In particolare, nella sentenza di cui sopra, si discuteva di omesso versamento Iva. Nel concordato presentato dal contribuente la soddisfazione del debito in questione veniva prevista in misura integrale, seppur dilazionata. Ciò in quanto, all’epoca, il credito erariale Iva era considerato del tutto non falcidiabile in sede di concordato (nemmeno con la transazione fiscale o con la relazione ex art. 160, comma 2 l.f., prevista per la falcidia di tutti gli altri crediti privilegiati). Ciò perché lo stesso credito veniva assunto quale risorsa comunitaria la cui falcidia avrebbe comportato una sorta di aiuto di stato. Recentemente, però, la Corte di giustizia Ue (decisione del 7/4/2016, causa C-546/2014), ha stabilito che tale impostazione non è corretta, lasciando liberi gli stati membri di prevedere limitazioni alla falcidiabilità dell’Iva ma senza invocare norme comunitarie.

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