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Giudici dei Tar ultimo baluardo contro l’inerzia

Fino agli anni ’90, per la pubblica amministrazione la nozione del tempo è stata molto vaga e limitata ad aspetti formali. Con la legge 241 del 1990 l’attività amministrativa ha iniziato ad avere tempi cadenzati. Successivamente, in virtù della legge 69 del 2009, quei tempi sono stati contenuti nello standard unico di 30 giorni, che diventano 90 o 180 solo per le procedure più complesse, elencate in specifici decreti (si veda il pezzo a fianco).
Dunque, le amministrazioni centrali hanno l’onere di compiere una sorta di analisi dei propri tempi, ponendola a disposizione dei cittadini sotto forma di elenco di scadenze. Il cittadino-utente, grazie alle novità introdotte dalla legge anticorruzione, può effettuare controlli via internet e soprattutto, una volta scaduto il termine, ha diritto a una risposta, anche se sfavorevole. Si eliminano così i casi di “silenzio diniego”, poiché si obbliga la pubblica amministrazione a pronunciarsi in modo espresso, anche quando nega un provvedimento.
In tal modo le strade che si aprono al cittadino, all’indomani di un’istanza rivolta all’amministrazione, sono più nette, senza l’incertezza causata dal silenzio. Dal novembre 2012, l’utente ha sempre diritto a una risposta scritta, e quindi il silenzio può esprimere un consenso, come nel caso del permesso di costruire (articolo 20 del Dpr 380/2001, modificato dal decreto legge 83/2012, in zone non vincolate), oppure apre la strada a un immediato intervento di altre autorità, interne o giudiziarie.
Chi omette di provvedere può essere, infatti, sostituito da un commissario (dirigente), che deve provvedere entro un termine breve, cioè nella metà del tempo che il funzionario non ha rispettato: lo prevede l’articolo 2, comma 9-bis, della legge 241. In realtà, si tratta di una novità introdotta dal decreto legge di semplificazione (Dl 5/2012). Ogni ente avrà un elenco di responsabili, già dotati di poteri sostitutivi, e a ogni sostituzione corrisponderà anche l’avvio di un procedimento disciplinare e un giudizio negativo sulla performance del dipendente.
Un secondo tipo di intervento sul silenzio è quello di competenza del giudice amministrativo (Tar, Consiglio di Stato). Con un rito abbreviato, anche senza preventiva diffida, il giudice accerta l’obbligo di provvedere e può condannare la pubblica amministrazione al rilascio del provvedimento. L’articolo 34, comma 1, del decreto legislativo 104 del 2010, modificato dal decreto legislativo 160 di quest’anno, consente al giudice di ordinare il rilascio di uno specifico provvedimento, ad esempio sanzionando un abuso edilizio su istanza del vicino. Nei casi in cui residuano spazi di discrezionalità nel decidere (come nel caso di richiesta del porto d’armi e dei vincoli paesaggistici), il giudice deve limitarsi a dichiarare il generico obbligo di provvedere della Pa, nominando un commissario ad acta con specifiche istruzioni e, nel caso di perdurante inerzia, vi può essere la condanna al pagamento di una somma giornaliera di denaro per ulteriori ritardi (articolo 114 del decreto legislativo 104).
Anche al termine di un processo amministrativo, la condanna è fonte di responsabilità per il funzionario inadempiente e per la stessa amministrazione (articolo 2-bis della legge 241), con rischio di sanzioni disciplinari e di richiesta danni da parte della Corte dei conti.
Se vi è una sentenza che annulla un silenzio o un ritardo, il cittadino danneggiato può ottenere il risarcimento dei danni, anche non patrimoniali. Ad esempio, la sentenza del Consiglio di Stato 1271/2011 ha risarcito due anni di ritardo liquidando 11mila euro a un cittadino che aveva atteso due anni per un permesso di costruire e lamentava stress, alopecia e disagi psichici.

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