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Giudice di pace, da 848 a 174 uffici

La cura dimagrante che il governo vuole imporre al sistema giustizia lascia l’amaro in bocca a toghe e avvocati: gli uffici del giudice di pace passeranno da 848 a 174, con un risparmio atteso di 28 milioni di euro all’anno. Ma la scure della spending review non si fermerà qui, perché in merito al personale amministrativo del ministero della giustizia, per gli organici scoperti al Centro Nord si provvederà all’emanazione di un bando per mobilità esterna per utilizzare dipendenti «in eccesso» di altre amministrazioni. «Abbiamo lanciato una proposta per rendere il settore più efficiente: l’accorpamento di 391 uffici.

Altra cosa, però, è la chiusura dell’80% delle sedi, siamo nettamente contrari» si sfoga Vincenzo Crasto, presidente dell’Associazione nazionale dei giudici di pace (Angdp), precisando che «si creerebbero mega-uffici ingestibili, strutture elefantiache ingovernabili». E ricorda come il comparto affronti «oltre il 50% del contenzioso civile, il 25% del penale e la complessa materia dell’immigrazione. I numeri sono a nostro favore, giacché solo il 5% delle sentenze vengono impugnate» puntualizza, annunciando che «ci rivolgeremo alle istituzioni e ai partiti affinché ci ascoltino, e venga scongiurato il rischio che, come indica il ministero dell’economia, il paese sia condannato a pagare 500 milioni per irragionevole durata dei processi». Nelle organizzazioni ministeriali esistono «innumerevoli esempi di consulenze che comportano un aggravio di spesa, anche quando affidate a pubblici dipendenti, come i magistrati di Tar e Consiglio di stato, o i giudici della corte dei conti», dichiara Giampiero Lo Presti, numero uno dell’Anma, l’Associazione che raggruppa i giudici amministrativi. Quanto agli effetti delle riduzioni degli addetti alle sedi giudiziarie, dichiara che «va salutata con favore la razionalizzazione delle uscite, tuttavia vanno contemporaneamente attivate misure di contenimento del contenzioso, ossia strumenti alternativi di ricomposizione delle controversie. Mi sembra», incalza, che la mole di lavoro in capo ai giudici di pace sia «rilevante, perciò bisogna prevedere delle valide soluzioni. Altrimenti», avverte Lo Presti, «i rallentamenti nella definizione dei giudizi potrebbero aumentare e, inevitabilmente, gli effetti andranno a ricadere sulla collettività». «Perplessità sui criteri utilizzati» nella stesura dei provvedimenti viene espressa dal Consiglio nazionale forense. «Non si tiene conto, caso per caso, dell’effettiva produttività delle circoscrizioni giudiziarie, né di quanto sia necessaria, in molte realtà locali, la presenza di una sede minore, o di quanto accorpare, talvolta, si riveli un’operazione più costosa, rispetto al risparmio ipotizzato», commenta il consigliere segretario Andrea Mascherin. Vi sono «tribunali di confine che rappresentano una barriera contro la criminalità, sarebbe opportuno», auspica, che «prima di procedere ai tagli, ci si confrontasse con gli operatori locali, ossia avvocati e magistrati». Durissimo il giudizio dell’Oua, l’Organismo unitario dell’avvocatura.

Il governo, afferma il presidente Maurizio de Tilla, «si è affrettato ad includere la soppressione dei giudici di pace non circondariali e di ben 36 tribunali minori nel progetto di spending review per annunciare risparmi di spesa nella giustizia. Il che non è vero, e contrasta con la tutela dei diritti dei cittadini». Il risultato del colpo di forbice? Per de Tilla non sarà ciò che si aspetta l’esecutivo tecnico poiché, sottolinea, «i giudizi pendenti ed i nuovi giudizi da incardinare nel territorio cancellato dall’agenda della giustizia, vengono solo trasferiti altrove», conclude.

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