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Giù l’inflazione a giugno: il punto più basso dal 2009

E pensare che c’è stato un tempo in cui a preoccupare era l’inflazione eccessiva e in costante aumento. Un’altra era geologica: da dieci mesi ormai la crescita dei prezzi al consumo in Italia è inferiore all’1% e a giugno ha raggiunto il punto più basso da quasi cinque anni: +0,3% su base annua (contro il +0,5% di maggio) e +0,1% rispetto maggio. Dati che fanno squillare il campanello d’allarme per il rischio stagnazione se non addirittura di deflazione, che in alcuni settori (come l’alimentare) sarebbe già in atto. Né è bastata la lievissima ripresina di aprile (quando su base tendenziale l’inflazione era salita allo 0,6%) a invertire la rotta di una ripresa troppo debole per riflettersi sui consumi.
«La dinamica dei prezzi testimonia che non c’è ripresa dei consumi capace di stimolare l’economia – ha commentato Giovanni Cobolli Gigli, presidente di Federdistribuzione –. Le vendite al dettaglio nei primi quattro mesi delll’anno sono ancora in calo. In questo scenario appare inevitabile un’inflazione vicina allo zero. Serve una decisa politica di rilancio dei consumi: gli 80 euro in busta paga sono stati un passo importante, ma ora c’è bisogno di una seria riforma fiscale». Di un rischio di «completa stagnazione» dovuto alla mancanza di ripresa parla anche Confcommercio, che propone un taglio degli sprechi nella spesa pubblica e del carico fiscale. E se in molti mettono in guardia dal rischio deflazione, getta acqua sul fuoco Paolo Mameli, senior economist del Servizio studi di Intesa Sanpaolo, secondo il quale «i rischi di uno scenario deflattivo restano contenuti».
Lo 0,3% di crescita stimato dall’Istat per il mese di giugno (realativo all’indice Nic, al lordo dei tabacchi) è dovuto in particolare all’accentuarsi della diminuzione dei prezzi degli alimentari che, su base tendenziale, hanno fatto registrare un’ulteriore flessione dello 0,6%. Ma a scendere in modo sensibile sono anche i prezzi dei beni energetici (-1,3%), dei beni durevoli e delle comunicazioni (-8,6%). A conferma della debolezza della ripresa arrivano, sempre dall’Istat, anche i dati dei prezzi alla produzione dei prodotti industriali, in calo a maggio dello 0,1% rispetto ad aprile e dell’1,4% rispetto a maggio 2013.
«Al di là delle singole voci, è evidente una spinta generale al ribasso – commenta Sergio De Nardis, capo economista di Nomisma –. Un +0,3% di inflazione complessiva e un +0,7% di “inflazione di fondo” (esclusi alimentari freschi e beni energetici, ndr) indicano una situazione di debolezza economica coerente con un quadro di stagnazione». Il 25-30% dei beni inseriti nel paniere Istat è in una situazione addirittura di deflazione, mentre circa il 50% cresce meno dell’1%. Un simile quadro richiede «misure non convenzionali a livello europeo», prosegue De Nardis: «La Bce a inizio giugno ha deciso un’immissione di liquidità i cui effetti si vedranno però solo a settembre. E non sono convinto che basterà: forse occorrerebbe adottare misure più aggressive, come un Quantitative Easing sul modello americano, ovvero l’acquisto mensile di titoli pubblici da parte della banca centrale». Perché in uno scenario di quasi stagnazione, con il rischio deflazione, l’asticella della sfida si alza e si sposta sul piano europeo. Non bastano le riforme strutturali, i cui effetti si vedranno, se tutto va bene, tra anni. Servono misure «non convenzionali» per far ripartire subito la domanda.
Anche perché, se l’Italia piange, l’Europa non ride: il dato Eurostat sull’inflazione nell’area euro, a giugno, è stabile rispetto a maggio, allo 0,5%, ma in calo rispetto al dato di aprile (0,7%). «Un’Europa del Sud con inflazione più bassa per recuperare competitività ci potrebbe anche stare – conclude De Nardis – se però la media europea viaggiasse attorno o sopra il 2%. Ma a questi livelli, siamo davanti a uno scenario di debolezza estesa a tutta l’area».

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