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«Giù le tasse sul lavoro, non l’Imu»

«È urgente e necessario un ribilanciamento del risanamento fiscale, al fine di sostenere la crescita». È questa la raccomandazione principale degli esperti del Fondo monetario internazionale che nella lettera consegnata ieri al Governo italiano riconoscono i passi realizzati dall’Italia a partire dalla fine del 2011 per risanare i conti pubblici, essenziali per ripristinare la fiducia e mettere in sicurezza il Paese.
Ma gli economisti di Washington sottolineano che ora per andare “oltre l’austerity” occorre al più presto «modificare la composizione del risanamento, attraverso tagli di spesa e minori tasse» e ricordano che «un efficace pagamento dei debiti della Pa «può ridurre le difficoltà del credito delle aziende».
Il Fondo sollecita dunque una spending review finalizzata a recuperare risorse per abbassare le imposte, benedice la revisione del sistema degli incentivi fiscali, e afferma, come già aveva fatto in passato che «l’Imu sulla prima casa dovrebbe essere mantenuta per ragioni di equità ed efficienza» mentre «dovrebbe essere accelerata la revisione dei registri catastali per assicurare giustizia». Tutti i risparmi di bilancio ottenuti, poi, dovrebbero essere utilizzati per abbassare il cuneo fiscale (i contributi sociali sono 4 punti al di sopra della media di Eurolandia, si osserva nella missiva) e viene raccomandato anche «un modesto ma ben mirato incremento degli investimenti pubblici in infrastrutture» che ravviverebbe gli investimenti privati.
All’opinione espressa dal Fondo sull’Imu, nella conferenza stampa congiunta di ieri il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni ha garbatamente risposto «ne terremo conto». Ma ha anche aggiunto: «Il nostro obiettivo è trovare un consenso nella coalizione e stiamo lavorando su questa linea», lasciando intendere che il consenso politico in seno alla maggioranza è essenziale. Quanto al cuneo fiscale e al costo del lavoro, il ministro si è limitato ad affermare che «quanto prima arriverà la ripresa, tanto più facile sarà modificare l’imposizione nel senso indicato» e ha ricordato che la riduzione delle tasse sul lavoro e sulle imprese è un obiettivo di medio termine del Governo.
Secondo la delegazione di economisti guidata da Kenneth Kang l’economia italiana sta mostrando segni di stabilizzazione e la ripresa arriverà a fine anno. È una valutazione salutata con soddisfazione dal ministro dell’Economia: «C’è pieno accordo con le conclusioni del Fondo – ha affermato – che conferma il fatto che l’economia si sta muovendo verso un sentiero di ripresa nella parte finale del 2013 e l’anno prossimo. Le misure prese dal Governo sono chiaramente sottolineate. E la missione riconosce i punti di forza dell’economia italiana». Va detto, tuttavia, che nella lettera il Fmi prevede che anche il 2013 si chiuderà con una flessione del Pil pari a meno 1,8% seguita da un recupero del prodotto a +0,7 % nel 2014 (le precedenti stime, rilasciate ad aprile, vedevano il Pil a -1,5% per quest’anno e a +0,5% nel 2014) con una crescita economica trainata dall’export e da un modesto recupero degli investimenti. Per ora dunque, si afferma, «le prospettive della crescita restano deboli, la disoccupazione è elevata a un livello inaccettabile e il sentiment del mercato è ancora fragile, sottolineando che il compito è ancora lontano dall’essere completato».
Gli esperti del Fondo tornano poi a sollecitare un’accelerazione delle riforme strutturali e mettono in primo piano la necessità di accrescere i bassi tassi d’occupazione: se si riuscisse a colmare rapidamente la metà del gap nei tassi di occupazione di giovani e donne rispetto al resto d’Europa (circa 4,5 punti percentuali) scrivono gli esperti, si otterrebbero entro il 2018 due punti e mezzo di crescita in più. Quanto al mercato del lavoro, secondo il Fondo sarebbe opportuno «orientarsi verso un contratto unico, più flessibile per i nuovi lavoratori», un contratto che «gradualmente aumenta la protezione del posto di lavoro con l’aumento dell’anzianità potrebbe ridurre il costo delle nuove assunzioni e sostenere l’apprendistato». Occorrerebbe inoltre «incoraggiare le imprese e i lavoratori ad impostare contratti di secondo livello per un migliore rapporto tra stipendio e produttività».

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