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Giù il tetto per non pagare l’Imu sulle seconde e le terze case “finti ruderi” in aumento del 12,4%

Buttare giù il tetto pur di non pagare le tasse. È l’effetto di un mercato immobiliare fermo, che rende difficile qualsiasi compravendita (i tempi medi sono arrivati a nove mesi e mezzo, attesta Bankitalia) e di «un’offensiva fiscale senza precedenti che ha portato i proprietari a versare nel solo 2014 quasi 28 miliardi di imposte rispetto ai nove del 2011», denuncia Confedilizia nell’audizione parlamentare sulla legge di stabilità. E poiché la tassazione sulle seconde case è ancora più gravosa, a subirne le spese sono le “case di famiglia”, che magari si trovano in piccoli centri, poco appetibili dal punto di vista abitativo, e particolarmente difficili da vendere o da affittare. L’ultima edizione dell’Osservatorio del mercato immobiliare, redatto dall’Agenzia delle Entrate, attesta che gli immobili della categoria F2, le cosiddette “unità collabenti” (in altre parole fabbricati che non producono redditi) sono aumentati del 12,4% tra il 2012 e il 2013, arrivando a 420.000. E siccome nessuno costruisce un rudere, le 46.356 unità in più sono edifici che fino all’anno prima erano integri, producevano reddito ed erano pertanto assoggettati alla tassazione sugli immobili. «La gente le danneggia per non pagare l’Imu. — denuncia il presidente di Confedilizia, Corrado Sforza Fogliani — Va da sé che sono seconde e terze case. Qualcuno decide addirittura di raderle al suolo: solo così è possibile chiedere al catasto la cancellazione, ma questa è un’operazione costosa. Se ci si limita invece a renderle inagibili, staccando magari porte e finestre, il costo dell’Imu si riduce della metà. Se non si vuole pagare del tutto Imu e Tasi, bisogna danneggiare i fabbricati in maniera più grave, per esempio scoperchiandoli: a questo punto diventano unità collabenti, esentasse perché non producono reddito».

Il fenomeno, ricorda Confedilizia, è stato rilevato per la prima volta in Veneto, in particolare nel trevigiano, ed era limitato ai capannoni industriali in disuso. Ma adesso si sta estendendo agli altri fabbricati. Cerignale, un minuscolo Comune della provincia di Piacenza, 135 abitanti, ne ha fatto le spese in modo particolare, racconta il sindaco, Massimo Castelli. «Tutto è cominciato quando il governo Monti ha imposto la riclassificazione dei fabbricati rurali — ricorda — che non venivano più utilizzati come tali: parlo di stalle, cantine, cortili. Sono edifici che caratterizzano il nostro territorio, che fino agli anni ‘50-’60 era abitato al 90% da agricoltori. Poi la maggior parte degli abitanti si è spostata nelle metropoli del Nord, a Torino, a Milano. Qui sono rimasti gli anziani che un bel giorno sono stati costretti ad andare da un geometra per il passaggio dei loro fabbricati di campagna da rurali a urbani (è obbligatorio per tutti gli immobili che non vengono più utilizzati per l’agricoltura). Poiché si tratta di edifici a basso reddito, le tasse da pagare non sono altissime, ma il passaggio da fabbricato rurale a urbano è invece estremamente costoso, si arriva fino a 2500 euro per immobile, e ci sono persone che ne hanno più d’uno. Allora molti hanno preferito buttare giù il tetto: è successo a una cinquantina di fabbricati. Io sono riuscito a salvarne solo tre, con i fondi europei, e senza far pagare ai proprietari le tasse della donazione perché abbiamo fatto un comodato d’uso al Comune per 99 anni. Nella stalla abbiamo aperto un piccolo museo contadino, nel cortile teniamo una stagione teatrale estiva, e nell’edificio più grande c’è un centro anziani».
Altri proprietari anziché ricorrere alle ruspe stanno esplorando strade legali “innovative” per non pagare l’Imu. «Si sta consolidando una opinione giuridica secondo la quale i proprietari possono “abbandonare” un immobile che per loro è solo un peso. — spiega Sforza Fogliani — L’articolo 827 del codice civile stabilisce che “I beni immobili che non sono in proprietà di alcuno spettano al patrimonio dello Stato”. Dunque lo Stato è obbligato a rilevarli, al proprietario spetterebbe solo l’onere di notificare l’abbandono all’Ufficio Tecnico Erariale. Secondo un’altra tesi dottrinale bisognerebbe invece registrare il passaggio di proprietà allo Stato, pagando l’imposta di registro. E certo questa diventerebbe invece un’operazione onerosa». Fanta- diritto? «Finora non ci sono stati casi portati all’esame delle commissioni tributarie», ammette Sforza Fogliani. Ma in futuro, chissà.
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