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Giro del mondo in cerca del socio forte

Siena si sforza di guardare oltre. Il terzo gruppo bancario italiano è alle prese con una scricchiolante situazione interna che ha minato la solidità della banca colpendola nella sostanza del suo maggiore e storico azionista, la Fondazione Monte dei Paschi guidata da Gabriello Mancini, scesa per la prima volta sotto il 50 per cento del capitale sociale. Una mossa che, se effettuata in anticipo, avrebbe forse giovato diversamente alle sorti della banca, oggi costretta a una dieta severa e a un piano di dismissioni importante, dopo aver fatto ricorso, per la seconda volta, ai bond di Stato.
Partita doppia
A Siena oggi si stanno giocando due partite. Una quasi senza confini e una localissima. Iniziamo dalla più grande e lontana. Per dare solidità prospettica alla banca potrebbe servire un socio nuovo, in grado di accompagnare l’istituto fuori dalle attuali secche. L’orizzonte è quello del 2014, ma è possibile che nuovi azionisti arrivino anche prima. In passato, ricorderete, Francesco Gaetano Caltagirone sembrava potesse essere l’uomo giusto per accompagnare il rinascimento senese. L’ingegnere romano voleva fare del Monte la prima banca di Roma, ormai orfana di Capitalia. Ma la contingenza economica e i ghirigori senesi sono andati di traverso all’imprenditore edile, che con un tempismo invidiabile e pur lasciando per terra quelli che ai suoi occhi appaiono spiccioli, ha saputo uscire dal Monte dei Paschi ed entrare in Unicredit senza finire ai recenti minimi di 14 centesimi per azione.
Equilibri
Vicende di quasi un anno fa, ma oggi il vuoto lasciato da Caltagirone si sente e a Siena temono che con la Fondazione in versione ridotta, la banca possa essere poco governabile. Anche perché il primo stakeholder della Fondazione senese, ovvero il Comune, è senza guida dalla primavera scorsa dopo le dimissioni di Franco Ceccuzzi. Una situazione che quindi appare molto liquida, dove gli unici con le idee chiare sembrano essere l’amministratore delegato Fabrizio Viola e il presidente Alessandro Profumo.
Sguardo a Oriente
Proprio Profumo sta cercando di riproporre in Siena la ricetta d’emergenza applicata per la prima volta quand’era alla guida di Unicredit: ovvero cercare investitori istituzionali (anche) stranieri che possano risultare partner affidabili per la più antica banca al mondo. I recenti fatti di sangue in Nord Africa sconsigliano al momento investitori provenienti da quell’area del mondo, ma Profumo conosce la geografia, è stimato nei paesi arabi ed è uno dei pochi nomi italiani nella business community internazionale e il Monte sembra aver lentamente iniziato a risalire la china, non solamente in Borsa, come ha dimostrato venerdì scorso.
Il tramonto di Padova
Lo dimostra la decisione, strategica, di fondere Antonveneta nella capogruppo. La banca padovana che fino a giugno era stata posta in vendita senza trovare alcuno in grado di avvicinarsi alle attese della proprietà, sarà adesso fusa nella capogruppo. Resterà il presidio del Nordest, a cui si aggiungeranno una ottantina di sportelli che nell’area già portano le insegne del Monte dei Paschi mentre il marchio — ultimo lascito di Silvano Pontello — finirà lentamente assimilato a quello del Monte. Di certo l’entità giuridica Banca Antoniana Popolare Veneta è arrivata alla fine della sua poco felice avventura. Nacque come il sogno finanziario della galoppante imprenditoria del Nordest, quella degli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, ma non è mai divenuta maggiorenne. Oggi si annacqua nel terzo gruppo italiano, perdendo identità, ma salvando presenza sul territorio e posti di lavoro. Non è poco di questi tempi. Il momento dei disegni strategici è passato da un pezzo e dalle parti di Padova, a quell’epoca, brillarono solo le assenze.
Resistenze
Resta la partita localissima, quella che si gioca tra Biella e Vercelli, dove protagonista è la Biverbanca che il Monte dei Paschi ha ceduto alla Cassa di Risparmio di Asti nelle scorse settimane. L’accordo deve essere perfezionato entro il 31 dicembre. Da parte piemontese c’è anche chi intravvede il disegno di una grande Cassa di risparmio regionale, capace di occupare gli spazi lasciati liberi dalla presenza dei grandi gruppi. Ma all’improvviso — e in maniera che agli osservatori esterni appare del tutto pretestuosa — le due fondazioni che controllano il 40 per cento di Biverbanca — gli enti di Biella e Vercelli, appunto — si sono messe di traverso contestando la suddivisione delle quote proprietarie della Banca d’Italia in capo a Biver. C’è un problema di valore — peraltro di un asset illiquido — visto che Mps stima le proprie 7.500 quote circa 400 mila euro (53.300 euro l’una)e Biver nove milioni le proprie 6.300 (1.428 euro l’una). La tesi sostenuta da Siena propone una divisione pro quota (60 per cento di quelle azioni iscritte nel bilancio di Biverbanca finiscono in Piazza del Campo, il 40 per cento resta in Piemonte).
Alternative
La contro proposta non esiste, ma c’è l’opposizione allo smembramento della quota di via Nazionale. Come finirà? Asti in questo momento ha una posizione neutra, ma non disinteressata. Biella e Vercelli contestano ma non propongono, tenendo nascosto il loro gioco. L’amministratore delegato di Mps, Viola, conta di chiudere il tutto rapidamente. Ma un’ala oltranzista dello schieramento senese si dice pronta a far saltare l’accordo. In fondo, dicono a Siena, quei 203 milioni di euro derivanti della vendita valgono oggi circa 20 punti base nei capital ratio. Il vantaggio maggiore derivante per Siena dalla cessione sarebbe porre 700 dipendenti subito fuori dal perimetro del gruppo. Se dovessero rientrare, rischierebbero di finire assimilati alle politiche di ristrutturazione che Viola e Profumo stanno mettendo in atto.

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