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Giovane, ricca, a misura d’uomo è il fascino discreto di Milano

Modesto come un Einstein («La teoria della relatività? Un colpo di fortuna mentre mi facevo la barba»), ieri il sindaco Beppe Sala ha detto che, se Milano è al top, è grazie ai suoi cittadini: «Il mio merito è minimissimo, sono i milanesi che stanno rilanciando nell’ambizione di essere una città migliore». Naturalmente è una bugia, un bel colpo alla città l’ha dato lui, da Expo in avanti.
Ma la parola chiave l’ha detta: ambizione. Milano è città volitiva, che accoglie con un certo understatement il primo posto nella classifica del Sole 24 Ore sulla qualità della vita nelle città, avendo scavalcato Bolzano ed essendo una metropoli da 1.347.000 abitanti, che salgono a 3,242 milioni in quanto Città metropolitana, quindi tutt’altro affare rispetto alle città medio — piccole dove — va da sé — si vive meglio.
E allora, qual è il segreto di questo essere al top, anche detto Rinascimento di Milano, se c’è un segreto? È una città con molti giovani, quindi decisamente più divertente fresca e sveglia di una volta, basta guardare il numero degli studenti universitari, che per l’anno 2017-18 sono 202.896, tra Statale, Politecnico, Bocconi e Bicocca, Cattolica e Iulm, San Raffaele e Humanitas University.
Otto poli che negli anni sono stati capaci di attirare molti stranieri, soprattutto grazie ai corsi in inglese e puntando su campus, borse di studio e sconti sulle rette, sempre più ragazzi dal resto d’Italia, Sud in testa. Forse anche a scapito di Roma, che raggiunge i 182mila e 842 studenti complessivi (i dati sono del Miur). E tanto per fare un esempio della capacità di portare studenti dall’estero c’è il caso dell’Accademia di Brera: oltre 4.500 studenti, di cui mille cinesi, con un recente codazzo di polemiche sulle regole di ammissione, visto che molti non sanno neanche parlare italiano.
Ma tant’è, il prestigio di un master ottenuto a Milano, in una università fondata da Maria Teresa d’Austria, affascina, e non è che l’iscrizione sia gratis.
E parlando di ex regnanti, il sociologo Aldo Bonomi dice che «Milano è una città con la corona, nel senso che in cima si arriva assieme agli altri, non da soli».
Cita il filosofo Lévinas, «l’identità non sta nel soggetto ma nella relazione», e in questo caso nella relazione con gli altri territori, che Bonomi definisce il «Lover», ovvero «Lombardia Veneto ed Emilia Romagna, perché Milano è una città aperta, e anseatica», ricordando — più che Parigi — Amburgo e Brema ai tempi della globalizzazione del secolo scorso, «capaci di realizzare reti commerciali, e attirare persone e affari». La prova è nell’ultima classifica Cities Index di Mastercard, da cui si capisce che Milano è diventata la quinta meta turistica in Europa, superando Roma e Venezia, e quindicesima a livello globale.
Secondo la ricerca, Milano nel 2017 è stata visitata da 8,81 milioni di stranieri, e la previsione di crescita per quest’anno è del 4,36 per cento. Il giro d’affari è stato di 3,16 miliardi di dollari, tra pernottamenti, ristoranti, shopping, trasporti e servizi.
Significa che ogni visitatore, in media, ha lasciato quasi 116 euro al giorno alla città, e un quarto di questo scontrino ideale va nella moda, e poi c’è la cultura, che non è solo Leonardo, Duomo, Castello eccetera, dal momento che nel tour preferito dei visitatori ormai c’è la piazza Gae Aulenti con i suoi grattacieli famosi, e anche gli altri di City Life, le sue torri Libeskind, Hadid, Isozaki. Quindi, se arrivi dal Giambellino, o da Busto Arsizio o da Düsseldorf, il selfie te lo fai lì davanti.
Non solo turisti, ma anche «i visiting professor che arrivano in città e poi si fermano, rimangono affascinati dalla qualità di una città perfettamente integrata con il resto d’Europa», dice Gianmario Verone, rettore della Bocconi. Però secondo il rettore del Politecnico, Ferruccio Resta, «bisogna continuare a guardare alle città internazionali, per mantenere il primato e comunque migliorarsi». E allora, quale è il modello possibile, essendo già un modello? «Si dice che la qualità della vita è data dalla densità delle città. Invece c’è un limite, e Milano ha la dimensione giusta». Manfredi Catella è fondatore e ceo di Coima, che ha realizzato tutta Porta Nuova, con i grattacieli di César Pelli e il Bosco Verticale di Stefano Boeri, e ora svilupperà l’ex immenso Scalo Farini, quindi si può pensare che il suo modello possa essere Londra, ma non è così. «Milano ha una dimensione umana, è una città che ci puoi camminare, insomma. Questo va contro il trend mondiale, lo so, ma è così». E poi «c’è un sentimento di rigenerazione, che passa attraverso un pensiero culturale importante, e qui penso al tema ambiente». Ma la gente lo capisce, questo messaggio? «La gente va dove c’è vivacità, cultura, talenti», insomma un movimento virtuoso che diventa un meccanismo che attira energie nuove e via così, una volta ingranate, le cose succedono quasi — quasi — da sole. E se in piazza Liberty apre Apple, subito arriva la movida, cioè gente, e soldi (e anche grane). Se apre Starbucks, idem.
Lo sharing? Va benissimo, secondo posto nella classifica mondiale fatta da McKinsey. Chi lo usa? Gli studenti, e insomma è una ruota che gira, a Milano.

Brunella Giovara

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