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Gioielli, borse e occhiali: il boom della moda Il lusso «made in Italy» batte la grande industria

L’attrice Keira Knightley, sulla passerella degli Oscar, ha sfilato in un abito Valentino Couture, Scarlett Johansson in Atelier Versace, idem per Jennifer Aniston o Naomi Watts fasciata in un argentato Armani privè. La moda italiana continua ad essere celebrata in tutto il mondo e se gli Oscar sono appena un indizio, i numeri sono una conferma: il sistema della moda italiana contribuisce ormai per circa un quarto alle esportazioni nette dell’intero paese, con un attivo commerciale intorno ai 25 miliardi di euro. E il settore ha battuto ormai il mondo della grande industria privata italiana per trend di ricavi, margini e per solidità finanziaria. 
Sono questi i risultati di un’analisi condotta dall’area studi di Mediobanca sui bilanci 2009-2013 delle 135 maggiori aziende del lusso (sopra i 100 milioni di fatturato). Dal 2009 al 2013 il fatturato delle aziende della moda è cresciuto del 32,4% a 55,2 miliardi (+43,8% i primi dieci gruppi) contro il +14% dei gruppi industriali privati quotati. Idem per i dipendenti, saliti del 21,5% per il settore moda, contro un più modesto +8,7% nel settore industriale. «Un intero Paese fu in grado di emergere dai traumi della seconda guerra mondiale, finendo con l’eccellere a livello internazionale nel design e nella manifattura» ha spiegato Sonnet Stanfill parlando della moda italiana in occasione della mostra da lei curata e organizzata nel 2014 dal «Victoria and Albert Museum» di Londra che ha celebrato proprio lo stile italiano. Un excursus storico che dai sarti degli anni 50 arrivava fino alle grandi maison di oggi, «comprate» ormai soprattutto all’estero. Il 78,6% del fatturato di D&G, per esempio. è fatto fuori dall’Italia, percentuale che sale all’84,6% per Prada e all’85,3% per Valentino. L’Europa rappresenta il primo mercato mondiale della moda italiana con circa 74 miliardi di euro (+2% sul 2012), le Americhe il secondo (70 miliardi), l’Asia-Pacifico il terzo con 46 miliardi.
Non è una sorpresa quindi, che le società della moda (abbigliamento ma anche accessori, gioielli e occhialeria) risultino, secondo Mediobanca, decisamente ben capitalizzate con «debiti finanziari pari a meno del 40% dei mezzi propri e addirittura meno del 9% per i primi dieci maggiori gruppi italiani, contro il 143% nella grande industria tricolore». E con abbondanti disponibilità «liquide», pari a quasi quattro volte il debito finanziario per i primi dieci gruppi, contro il 38% dell’industria.

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