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Giganti web pieni di liquidità (e tasse per 64 milioni in Italia)

I giganti del web sempre più concentrati. Più liquidi delle banche, utilizzano l’abbondanza di risorse che deriva dalla loro redditizia attività per fagocitare i concorrenti sul nascere e per promuovere buy-back sostenendo così le loro quotazioni in Borsa. Che sono alle stelle, tant’è che i tre big del comparto, presi singolarmente, capitalizzano ciascuno più dell’intera Piazza Affari. È questo in sintesi il quadro che emerge dalla ricognizione dell’area studi Mediobanca sui primi 25 gruppi al mondo del web e del software (con fatturato superiore agli 8 miliardi di euro), realtà che crescono sei volte più velocemente delle multinazionali tradizionali e che nel 2018 hanno contabilizzato ricavi per 850 miliardi di euro con 110 miliardi di utili, occupando complessivamente 2 milioni di persone al mondo.

Sempre più in alto

Big sempre più big, dunque. Le prime tre società – Amazon, Alphabet-Google e Microsoft – fanno la metà dei ricavi del gruppo. I primi cinque staccano gli ultimi cinque per 480 miliardi di fatturato in media, mentre cinque anni fa la distanza era della metà: 240 miliardi. Negli ultimi cinque anni queste società – 14 statunitensi, 7 cinesi, 2 giapponesi, 2 tedesche – sono cresciute al ritmo del 20,3% all’anno (dimensioni più che raddoppiate in cinque anni) contro il 3,1% delle “normali” multinazionali. A crescere maggiormente le cinesi, con NetEase in testa (+54,8% all’anno), seguita dalla connazionale Alibaba (+49,1%) e dall’americana Facebook (+45,5%).

Dimensioni monstre anche in Borsa dove l’insieme delle società considerate vale otto volte l’intero listino milanese e due volte il listino di Francoforte. Microsoft (1.027 miliardi di euro al 14 novembre), Google (821 miliardi) e Amazon (791 miliardi) in testa. Quasi il 20% la performance media annua del drappello, contro il +3,3% delle multinazionali manifatturiere.

Navigare nell’oro

I giganti del web navigano nell’oro, che in questo caso è la liquidità, pari al 36% del totale dell’attivo (le multinazionali tradizionali si fermano all’11%). Con la riforma Trump che ha abbassato l’aliquota fiscale al 21% buona parte della liqudità, da parte delle americane, è stata rimpatriata. Per farne cosa? L’effetto più visibile è l’esplosione dei buy-back: nel 2018 il riacquisto di azioni proprie da parte di queste società è balzato a 78 miliardi di euro rispetto ai 20 miliardi del 2014. Difficile invece quantificare la molteplicità di acquisizioni di concorrenti, più o meno in fase di start-up, ma si può dire, senza tema di smentite, che l’acquisizione di Whatsapp da parte di Facebook ha fatto scuola: la società di messaggistica, 50 dipendenti, è stata pagata 18 miliardi di dollari.

Utili e tasse

Il margine Ebit medio per le 25 società web-soft è del 17,3%, in calo di 2,6 punti percentuali dal 19,9% del 2014, ma pur sempre più elevato dell’11,7% medio delle multinanzionali. Le tasse arrivano dopo, ma in generale il fenomeno dell’efficientamento fiscale non è prerogativa del web. Rispetto a un’aliquota nominale media del 22,5%, l’aliquota effettiva è stata pari al 14,1%: il 4% è spiegato dalla diversificazione geografica. In cinque anni, complessivamente, le 25 società hanno risparmiato 49 miliardi di tasse. La sola Apple, che non è ricompresa nel campione, ha risparmiato 25 miliardi.

Le filiali italiane

Sono 15 su 25 le società che hanno filiato in Italia, ma sono 14 quelle di cui sono disponibili i bilanci. Da questi risulta che il fatturato complessivo è dell’ordine di 2,4 miliardi, sui quali sono state pagate tasse per 64 milioni, cui sono da aggiungere i 39 milioni di sanzioni imputate a Facebook l’anno scorso (altri 60 milioni incideranno sul bilancio 2019). Il tax rate effettivo medio è del 33%, ma è evidente che il giro d’affari in Italia è ben più ampio (31 miliardi l’e-commerce secondo le stime del Politecnico), solo che la gran parte è fatturato all’estero.

Antonella Olivieri

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