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I giganti del web in tribunale in 100 sfidano il bando di Trump

I giganti del web vanno in tribunale contro il decreto Trump, quello (temporaneamente sospeso) che chiudeva le frontiere ai cittadini di sette paesi “a rischio terrorismo”. È una mobilitazione senza precedenti, cento aziende si uniscono nell’azione legale per bloccare definitivamente quell’ordine presidenziale. Ci sono tutti i nomi dell’industria tecnologica, dell’informatica, dei social media (e non solo loro): Apple, Google, Facebook, Microsoft, Twitter, Netflix, Paypal, Uber, Ebay, Intel. È un elenco interminabile ed è anche una sorta di riassunto di tutte le forze più dinamiche e innovative dell’economia americana, in quei marchi aziendali c’è la radice della leadership Usa nel mondo. Non si tratta di un generico appello o di una presa di posizione puramente simbolica. Le cento aziende si sono costituite come parti civili nello scontro legale che si svolge davanti alla nona corte d’appello federale, e che un giorno probabilmente finirà alla Corte suprema. Le imprese hanno presentato quello che in gergo si chiama “
friend of the court brief”:
argomentazioni legali a supporto della causa già avviata dagli Stati di Washington e del Minnesota, il cui primo effetto è stato l’ordine del giudice federale James Robart di Seattle che da venerdì sera ha sospeso l’applicazione del decreto Trump su tutto il territorio nazionale, riaprendo di fatto i confini e soprattutto gli aeroporti per i cittadini dei sette paesi. Fin da principio gli Stati di Washington e del Minnesota, cui si sono aggiunti ieri sera altri sedici Stati Usa, inclusi quelli di New York e la California, hanno argomentato davanti alla giustizia federale che l’ordine esecutivo di Trump li danneggiava nei loro interessi vitali e in quelli dei loro cittadini: dall’economia alla circolazione delle persone, dal funzionamento delle università alla libertà religiosa. La Casa Bianca ha fatto ricorso alla nona corte d’appello, contro-argomentando che il presidente ha il diritto- dovere di prendere provvedimenti sugli ingressi di stranieri se questi rappresentano una minaccia per la sicurezza nazionale. La scesa in campo di Apple, Google, Microsoft e tutti gli altri, va a rafforzare la posizione delle parti lese sul terreno economico. Nei documenti presentati al tribunale di appello dalle grandi aziende, si leggono passaggi come questi, che denunciano le conseguenze fatali del decreto Trump: «Gli immigrati con elevate qualifiche diventeranno più propensi a lavorare in altri paesi, là dove loro e i loro colleghi potranno viaggiare liberamente e con la garanzia che il loro status d’immigrati non venga revocato all’improvviso. Le multinazionali avranno forti incentivi a stabilire le loro attività fuori dagli Stati Uniti. Alla fine i lavoratori americani e la nostra economia ne soffriranno ». È un’argomentazione che vuole cogliere Donald Trump in contraddizione con se stesso: questo presidente ha promesso di mettere in cima alle sue preoccupazioni i posti di lavoro. A chi sospetta che la Silicon Valley e l’intera industria del web e dei social media si stia muovendo solo in difesa di biechi interessi materiali — la convenienza ad assumere personale straniero — gli interessati oppongono questi dati: in realtà pochi talenti emigrano dai sette paesi messi sulla lista nera da Trump, l’ultimo dato disponibile (2016) è di soli 254 immigrati col visto H1-B usato dalla Silicon Valley. Per avere un ordine di grandezza, nello stesso periodo gli indiani immigrati col visto H1-B sono stati 120mila. E l’India non figura tra le nazioni ostracizzate dall’ordine esecutivo del 27 gennaio.
Trump intanto torna a promettere la «distruzione dell’Isis», insieme con gli alleati della Nato ai quali però chiede di «pagare in pieno il proprio contributo alla difesa». La sua ultima polemica contro i media: secondo lui la disonestà dei giornali «arriva al punto che non vengono riportati gli attentati islamici ». Dietro le quinte però aumentano le voci su dissensi interni alla squadra Trump, dopo il pasticcio del decreto bloccato dalla magistratura. La débacle, sia d’immagine che di sostanza, starebbe accelerando i tempi di un regolamento di conti fra due dei principali consiglieri del presidente: Stephen Bannon (ex Breitbart) che è il più estremista, e Reince Priebus che rappresenta l’establishment repubblicano.

Federico Rampini

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