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Ghizzoni: «Non molliamo Mediobanca»

di Stefano Righi

Unicredit non diminuirà la propria quota nel patto di sindacato che governa Mediobanca, il cui rinnovo è atteso entro fine anno. E se quando si sarà chiarito il futuro della Libia, Tripoli vorrà liquidare il proprio 12,198 per cento del capitale di Unicredit, non ci saranno problemi: ci sono già manifestazioni di interesse. Federico Ghizzoni, che da ottobre 2010 ha preso il posto di Alessandro Profumo, in questa intervista affronta molti argomenti, dalle tensioni sui mercati finanziari alla riorganizzazione del gruppo che guida. Ghizzoni, quasi dieci mesi dopo, a che punto è Unicredit? «La prima distinzione da fare è tra quello che avviene fuori, l’andamento dei mercati e quello che avviene dentro Unicredit. Le turbolenze geopolitiche e finanziarie sono cosa diversa dall’andamento delle economie reali. In quest’ultimo caso mi sembra ci sia, fino a oggi, una discreta ripresa, rispetto ai minimi degli anni scorsi. Chiaramente è diversa da paese a paese però se guardiamo alla nostra vecchia Europa vediamo che il centro-est Europa cresce del 4 per cento medio, la Germania e l’Austria sul 3 per cento. L’Italia cresce meno, però le economie reali nel loro complesso sono in fase di ripresa» . Una ripresa fragile, che rischia di essere annientata dai mercati finanziari. «La situazione è estremamente volatile e delicata. Sull’euro ci sono tensioni continue, con riflessi su aziende che spesso non hanno relazione con i fatti. Faccio l’esempio di un’azienda che conosco bene: Unicredit. Mercoledì 6 luglio il titolo ha perso in Borsa oltre il 7 per cento su tensioni legate al Portogallo. Unicredit in Portogallo ha esposizioni per meno di 100 milioni di euro, 80 milioni in Irlanda, 800 in Grecia. Non arriviamo a 1,5 miliardi di esposizione considerando questi tre Paesi uniti alla Spagna. Il tutto da confrontare con attivi per circa 910 miliardi di euro. Eppure abbiamo perso il 7 per cento nel giorno stesso in cui la nostra controllata tedesca ha collocato sul mercato un bond senior che è stato accolto benissimo a 100 punti base per 500 milioni, con domanda per quasi 600 milioni… Sono cose che fatichiamo a spiegarci, anche considerando l’enfasi che viene sempre posta sul titolo in funzione del fatto che è estremamente liquido e alla percezione del rischio-Paese che è diverso rispetto a Francia e Germania» . Cosa pensa delle agenzie di rating ? «Hanno bisogno di essere regolamentate a loro volta. Serve un controllo più efficace. Sono molto autoreferenziali» . I piccoli risparmiatori, i cassettisti che hanno investito in Unicredit, quando rivedranno il loro capitale? «Vogliamo informare meglio i nostri piccoli azionisti su qual è l’effettivo valore del gruppo e quali sono oggi le potenzialità del titolo. Oggi la Borsa non esprime neppure il valore contabile della banca» . Il maggiore cambiamento rispetto alla fase finale della gestione di Profumo? «Abbiamo cambiato la governance del gruppo. Se guardiamo alle prime 15-16 persone al top della banca ne abbiamo 6-7 nuove e un paio in posizioni diverse. Quindi c’è stato un certo rinnovamento del management , la banca ottiene risultati reali, concreti. Stiamo delineando il nostro piano industriale. Oggi siamo una banca europea che svolge un lavoro di banca commerciale che è nel nostro dna. L’obiettivo è essere la banca leader in Europa nel servire la clientela retail e corporate, cosa che sappiamo fare bene. Siamo i primi in Europa quanto a presenza in numero di Paesi (22), numero di filiali (10 mila), di clienti (35 milioni), di dipendenti (160 mila). Focalizzare la macchina sull’economia reale è importante ed è quello che vogliamo fare» . Andate meglio all’estero che in Italia… «Abbiamo una posizione geografica invidiabile. In Germania siamo il terzo gruppo, secondi se consideriamo il corporate dove superiamo Deutsche Bank nel portafoglio crediti, il centro-est Europa va bene e ne beneficiamo. L’Italia sta finalmente girando» . In Italia pesano i crediti dubbi. «Rispetto ai concorrenti, soprattutto Intesa, abbiamo un problema in più sul fronte del rischio, è vero. Ma la clientela sta rispondendo bene, il Paese recupera. I numeri danno morale alla truppa…» . Lei ha più volte sottolineato che Unicredit non farà altri aumenti di capitale. Poi è emerso che dipenderà dalla normativa sulle Sifi. Qual è la vostra posizione? «Sul capitale abbiamo le idee molto chiare e siamo sereni. Stiamo definendo il nostro piano industriale. Stiamo attendendo le norme sulle Sifi e quando saranno chiare decideremo cosa fare» . Quindi andiamo dopo l’estate… «Sì. Al momento noi crediamo di essere nella fascia medio-bassa delle global Sifi. Il cosiddetto capitale addizionale va da un punto percentuale a 2,5 punti. Sono attese tre fasce di banche, le più sistemiche dovranno avere 2,5 punti, poi un punto e mezzo e un punto. Noi dovremo essere tra il punto e il punto e mezzo. Il che significa che dal 7 per cento che è il livello di partenza dovremo essere sull’ 8-8,5 per cento. Facendo tutti gli aggiustamenti del caso (Basilea 3) a quel livello ci siamo già» . Dunque Unicredit potrà varare una nuova manovra sul capitale… «Oggi siamo tutti d’accordo che il capitale deve essere più alto rispetto al passato. Ma non sono d’accordo sull’aumentare il capitale a livelli tali da avere poi problemi significativi di redditività… Oggi si penalizza la scarsità di capitale, domani potrebbe finire nel mirino il return on equity . Va trovato un equilibrio» . Lei è arrivato a ottobre e poco dopo è partita l’operazione Banca Unica che ha cambiato volto a Unicredit. A che punto è l’integrazione? «Siamo molto soddisfatti. Il vero contributo della Banca Unica è l’averci avvicinato molto alla clientela sul territorio» . Vi eravate allontanati voi, privilegiando altre logiche, preferendo il distacco… «Non è più così. Per le aziende fino a 50 milioni di fatturato abbiamo dato tutte le facoltà decisorie in termini di credito e di condizioni alla rete. I tempi di risposta sono a 3-4 giorni. Il 93 per cento delle proposte di credito è oggi deciso localmente e quasi il 100 per cento delle proposte di condizioni, dal tasso alla durata, vengono decise localmente. Il cambiamento si percepisce ed è molto positivo» . Unicredit (finalmente) più vicina ai clienti? «Stiamo lavorando a una grossa semplificazione. Ci siamo dati un motto: diventare una banca facile per il cliente. Questo comporta per noi dei cambiamenti radicali. Si tratta di smontare un macchinone un po’ complesso, ma non vedo alternative. Oggi tra la filiale e il sottoscritto ci sono troppi livelli. Stiamo accorciando la catena manageriale e semplificando il modello per avvicinare ulteriormente la banca ai clienti e al territorio» . Altro cambiamento rispetto al passato è la maggiore attenzione alle vicende di casa. Prima Unicredit era sulla luna, oggi entra a salvare FondiariaSai. «Non è una questione di essere banca di o per il sistema. Il fatto è che noi vogliamo essere molto più presenti nel business dei nostri clienti, vogliamo affiancarli nella crescita. I salotti più o meno buoni mi interessano meno. Vicenda Fondiaria: siamo entrati nella compagnia con questo 6 per cento abbondante perché non c’era alternativa. Usciti i francesi o la si lasciava su un crinale pericoloso oppure facevamo questo passo. Il fatto è che io non sono interessato a gestire Fondiaria, a me interessa avere nella compagnia un management che lavora per la ristrutturazione, non sono interessato ad avere consiglieri che si occupano di Mediobanca, Rcs o Generali. Siamo interessati solo alla ristrutturazione, c’è un debito importante, che va portato a casa… Poi i Ligresti decideranno cosa fare della compagnia. A me interessa rientrare» . Ha parlato di Mediobanca. Siete azionisti importanti, con il 9 per cento, e in alcune aree concorrenti… «Non vedo Mediobanca come competitor particolare per Unicredit. C’è un’area di sovrapposizione, ma è parziale. Il fine è quello di avere un valore maggiore per la nostra partecipazione. L’ottica è la crescita del business non il sistema di potere» . Cosa farete alla scadenza del patto di Mediobanca, prevista nei prossimi mesi. «Noi rimaniamo, e allo stesso livello» . Le fondazioni, che l’hanno voluta al posto di Profumo, sono sempre il miglior socio possibile? «Per quanto mi riguarda, forse sono ancora in luna di miele: il rapporto è eccellente» . Anche perché lei dichiara sempre che non ci sarà aumento di capitale e quindi le fondazioni son contente… «(ride) L’aumento, che oggi non è nelle nostre previsioni, si valuterà quando sarà chiaro il quadro di riferimento esterno che riguarda le Sifi e i coefficienti patrimoniali che dovranno esprimere, ma, come dicevo prima, i nostri livelli attuali dovrebbero già essere coerenti con quelli che verranno richiesti…» . Quali sono i rapporti con il socio libico? «La situazione è complessa. Il vicepresidente Bengdara continua a far parte del nostro consiglio ma a titolo personale, come peraltro prevede la responsabilità di tutti gli amministratori. Con la Libia di ieri non abbiamo più rapporti. Seguiamo invece con molta attenzione quella che potrebbe essere la Libia di domani, il nuovo governo transitorio che si sta costituendo. Spero in un chiarimento rapido» . Ma se domani Tripoli volesse uscire da Unicredit? «Ritengo che tramite nostro o da soli non avranno difficoltà a farlo. Le manifestazioni di interesse ci sono già» . Dove sarà Unicredit fra un anno? «Credo avremo completato la parte di rilancio del business. Saremo a metà del nostro piano industriale e ancora i numeri 1 nel Centro-est Europa, gradualmente il capitale allocato in quell’area aumenterà, perché lì abbiamo ritorni più a l t i e i turn-around dell’Italia sarà a metà del guado. Insomma, sono ottimista».

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