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Ghizzoni: «Il piano Rcs è di difficile esecuzione»

«Non l’ho visto nel dettaglio, ma, da profano, mi sembra un piano con un rischio di esecuzione piuttosto alto». Se non si tratta di una vera e propria bocciatura, poco ci manca: Federico Ghizzoni, amministratore delegato di UniCredit e uno dei principali creditori di Rcs, vede molti rischi intorno al piano di riorganizzazione messo a punto dal vertice del gruppo editoriale, in particolare rispetto al capitolo-cessioni (tra l’altro è prevista la vendita della sede storica di via Solferino).
Per Ghizzoni, il piano «è da valutare con la massima attenzione. Siccome – ha ricordato ieri, incontrando i giornalisti al termine del consiglio di amministrazione – tutti quanti siamo passati attraverso periodi di ristrutturazione, si può dire che vendere asset oggi non è un compito facile». Morale: «Credo che sia un piano molto ambizioso ma con un certo rischio implicito di esecuzione», ha dichiarato Ghizzoni; il ceo di UniCredit non si è spinto in ulteriori dettagli, ma è evidente che il timore della banca è che il piano sia in grado di centrare solo una parte degli obiettivi fissati (a partire dalla cessione dell’immobile di via San Marco, il cui valore stimato viaggia intorno ai 300 milioni), obbligando così il gruppo a battere di nuovo cassa agli azionisti solo a pochi mesi di distanza dall’aumento da 400 milioni a cui stanno per mettere mano nelle prossime settimane.
Nella lunga riunione di ieri, il cda della banca – che tra l’altro ha anche dato il via libera a proseguire sulla strada del concordato fallimentare per Imco e Sinergia, le due holding immobiliari della galassia Ligresti e all’acquisto da parte di UniCredit Spa di UniCredit Bank Ucraine, controllata da Bank Pekao, con l’obiettivo di fonderla con Ukrsotsbank, la banca ucraina che UniCredit già possiede nel Paese – ha approvato un nuovo piano di chiusura di sportelli in Italia. In particolare, il board ha deciso di chiudere 110 filiali quest’anno e in tutto 350 entro il 2015, che si andranno ad aggiungere alle 150 soppresse l’anno scorso, l’ultima tranche del ridimensionamento da 800 unità varato nel 2009, una violenta cura dimagrante che «non ci ha impedito di allargare la base depositi e impieghi», ha ricordato sempre ieri Ghizzoni. Grazie alla nuova razionalizzazione, il gruppo punta a risparmiare circa 45 milioni, che «saranno in gran parte reinvestiti nei servizi-multicanale», ha precisato il ceo. Con la nuova sforbiciata, pari a circa il 10% dell’intera rete UniCredit in Italia, le filiali sparse per la penisola scenderanno a quota 3.300: «Per ora si tratta di un livello ottimale, ma in futuro valuteremo», ha detto ieri Ghizzoni, facendo intendere che il punto è la razionalizzazione del network e l’ottimizzazione dei costi in funzione di una rete di filiali che da semplici sportelli dovranno diventare veri e propri negozi finanziari, e soprattutto di una clientela che oggi esegue il 75% delle operazioni con canali alternativi, dal web al call center.
In vista del prossimo appuntamento elettorale «abbiamo bisogno di stabilità politica e di avere degli spread bassi», ha detto ancora Ghizzoni, tornando a puntare il dito contro lo spread: «Stranamente, è un argomento di cui non si parla, ma differenziali tra BTp e Bund a 270, 280 o 290 punti base sono insostenibili. O si mandano giù o ci sono problemi di serio recupero dell’economia italiana», ha concluso Ghizzoni: «Siamo ancora lontanissimi dai Paesi del Nordeuropea e questo costa alle banche e costa alle imprese».

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