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Come gestire fallimenti e sequestri di beni

La Cassazione fissa per i giudici di merito le regole da seguire per risolvere le interferenze tra procedimento fallimentare e sequestro di beni dell’impresa fallita. Lo fa con una breve ed efficace sentenza – la 25736 del 14 dicembre 2016 – cogliendo l’occasione di una controversia che vede schierate una contro l’altra due aziende sottoposte ad amministrazione giudiziaria perché ciascuna riconducibile a due diversi indiziati per reati di mafia, operanti in diversi territori.
La società creditrice aveva chiesto che fosse dichiarato il fallimento dell’impresa sua debitrice e il tribunale competente aveva accolto la richiesta. La società creditrice era stata sottoposta a sequestro con provvedimento del tribunale, sezione misure di prevenzione, perché il suo titolare, legato alla criminalità organizzata, disponeva di risorse finanziarie di cui non aveva saputo giustificare la provenienza. A sua volta, la società dichiarata fallita era stata interessata da analogo provvedimento che però aveva colpito solo il capitale sociale. Le quote erano state sequestrate a un soggetto, legato ad altra cosca mafiosa, che era anche l’amministratore delegato della società. Dopo il sequestro costui era stato escluso da ogni ruolo e il pacchetto azionario era stato affidato a un amministratore giudiziario.
La Cassazione ha deciso il ricorso proposto dall’amministratore giudiziario contro la sentenza che aveva dichiarato il fallimento della società della quale egli gestiva le quote. La Corte ha anzitutto stabilito a quali condizioni una società in amministrazione giudiziaria può chiedere il fallimento proprio o di un’altra impresa sua debitrice. Legittimato a presentare l’istanza è l’amministratore della società nominato dall’assemblea. Non deve avanzarla l’amministratore giudiziario che non è nemmeno contraddittore necessario perché, se ha esercitato le facoltà derivanti dalle quote azionarie di cui è custode, votando la nomina dell’amministratore delegato, è quest’ultimo ad avere la rappresentanza legale della società sequestrata.
Chiedere il fallimento del debitore insolvente rientra nei poteri ordinari dell’ad e non sono necessari né uno specifico mandato dell’assemblea, né un ulteriore intervento dell’amministratore giudiziario, né l’autorizzazione del giudice delegato.
D’altro canto è legittima la dichiarazione di fallimento di un’impresa sottoposta a sequestro e il creditore può chiederla anche senza dedurre prova della propria buona fede (come imposto dal Codice antimafia con il sub procedimento della verifica dei crediti), quando il vincolo riguardi solo le quote sociali. In questo caso il sequestro e la confisca potranno colpire solo il capitale sociale; il patrimonio aziendale è libero da pesi e può essere destinato a soddisfare le pretese dei creditori senza seguire le regole del Codice antimafia sulla verifica dei crediti ma con l’osservanza solo di quelle fallimentari.
Infine, lo stato di insolvenza di un’impresa sottoposta a misura di prevenzione deve essere accertato nella sua portata oggettiva secondo le regole generali fissate dall’articolo 5 della legge fallimentare. L’intervento della misura non può avere valenza esimente né costituisce un factum principis che può precludere l’accertamento dell’incapacità dell’impresa di ripianare la sua esposizione debitoria.

Giovanbattista Tona

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