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Germania sempre più forte cresce il fronte degli alleati l’Europa cerca la ripresa con la ricetta della Merkel

Sono anni che Yanis Varoufakis, il neo-ministro delle Finanze greco, raccoglie lettori sul suo blog grazie a una ricetta dall’enunciato piuttosto semplice: fermare la spirale verso il continuo aumento dei risparmi e sostenere gli investimenti. In termini politici, ciò significherebbe spostare l’onere del riequilibrio in Europa da Paesi come la Grecia a Paesi come la Germania.

Quando era un semplice accademico, Varoufakis non ha mai spiegato veramente come arrivare a un risultato del genere. Né in questi giorni avrà tempo di farlo. Ieri al risveglio, è stato accolto da un’indiscrezione sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung che minacciava di accelerare la corsa dei greci a ritirare i propri depositi in banca e di aggravare la paralisi del Paese. Il quotidiano di Francoforte, attribuendo la notizia «a un banchiere centrale europeo», aveva scritto che «al Consiglio direttivo della Bce andrebbe bene se ci fossero controlli alla circolazione dei capitali in Grecia». Una notizia del genere basta perché i cittadini si precipitino agli sportelli di banca, prima che i controlli impediscano loro di disporre dei propri risparmi. Di fronte al panico nella clientela, gli istituti rischiano di non poter resistere ed essere costretti a chiudere. La Grecia sarebbe entrata nei giorni decisivi del negoziato ancor più irrimediabilmente in ginocchio. Vera o falsa che fosse l’indiscrezione, chi l’ha passata alla Frankfurter Allgemeine è andato vicino a commettere un atto ostile nei confronti di un Paese europeo.
La Bce si è precipitata a smentire. Ma se qualcosa è sperabile (e probabile), è che quella presunta fuga di notizie non venga da un esponente tedesco. Non c’entra solo il fatto che Wolfgang Schäuble, il ministro delle Finanze, sottolinea ad ogni occasione l’importanza di ricostruire la fiducia fra i Paesi dell’area. Per lui gioca anche la consapevolezza che, comunque finisca questa partita con Atene, i tedeschi non hanno bisogno di colpi bassi perché non sono mai stati così forti e ricchi di alleati in Europa. La Germania sta vincendo e le ricette di Varoufakis sembrano destinate a restare solo elucubrazioni sul suo blog.
Il confronto di questi giorni mostra che il quadro di alleanze attorno a Berlino oggi è più largo che in qualunque momento dal 2008 in poi. Da quando la Grecia ha eletto Alexis Tsipras come nuovo premier, con Schäuble e la cancelliera Angela Merkel si non si sono schierati solo Paesi affini come Olanda, Austria, Finlandia, Lussemburgo o Belgio. I nuovi soci dell’euro emersi dal socialismo reale – la Slovacchia, la Lettonia, la Lituania, l’Estonia – si sono dimostrati anche più intransigenti. Hanno digerito in silenzio i sacrifici per entrare nella moneta unica, per loro il reddito medio o il salario minimo sono più bassi che in Grecia: non sono disposti a pagare con i propri fondi il prezzo delle scelte del nuovo governo di Atene. La Germania ha trovato poi una terza categoria di nuovi alleati nei Paesi sottoposti a un programma di salvataggio: Spagna, Portogallo e Irlanda. Non sorprende, perché nessuno di quei tre governi accetta di essere messo in difficoltà internamente da un successo della Grecia, il solo Paese che contesta le politiche della Troika.
C’è però un secondo livello, meno tattico e meno politico, che aiuta a capire perché la Germania oggi raccolga consensi senza precedenti. Anche i numeri dicono che Berlino ha vinto. Ad eccezione della Grecia e della Francia, tutti i Paesi della zona euro hanno finito per adottare le politiche più congeniali alla prima economia dell’area. Tutti o quasi in questi anni hanno privilegiato la compressione dei consumi e degli investimenti e l’esplosione del surplus negli scambi di beni servizi e partite finanziarie con l’estero: l’avanzo in quella che i tecnici chiamano la bilancia delle partite correnti, segnale di politiche volte all’espansione dell’export e al contenimento dell’import. Quanto a questo, dall’inizio della crisi il rovesciamento in Europa è stato radicale. Nel 2008 ben 13 dei 19 Paesi che oggi partecipano all’euro mostravano una bilancia delle partite correnti in rosso; il deficit esterno dell’area era di 158 miliardi: circa pari al surplus della sola Germania. Avanti veloce al 2013 e i Paesi in disavanzo delle partite correnti sono diventati appena tre, fra i quali la Francia. Tutti gli altri sono in surplus. In pochi anni la posizione esterna dell’area- euro si è ribaltata di circa 400 miliardi di euro, verso un avanzo che nel 2014 probabilmente ha già superato i 250 miliardi di euro. La Spagna balza da un passivo di oltre 100 miliardi nel 2008 a un attivo nel 2013, la stessa l’Italia compie una fluttuazione di dimensioni simili.
Queste sono politiche che la Germania ha seguito dall’inizio dell’euro, ora è riuscita a farle adottare a quasi tutti gli altri Paesi. In questi anni la compressione degli investimenti pubblici è stata tale che, rispetto alle dimensioni dell’economia, oggi sono molto più alti negli Stati Uniti, in Gran Bretagna che in Germania, in Italia o nella media dell’area euro. Un’economia così vasta è così strutturata sottrae inevitabilmente domanda e crescita al resto del mondo, ma non è ciò che conta ora che la partita greca sta per chiudersi. Il blog di Varoufakis avrà pure molti lettori. Ma la Germania, nel bene e nel male, a questo punto ha molti emuli.
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