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Germania riapre con prudenza da Berlino

«Se c’è un problema, noi tedeschi ci sediamo insieme, e studiamo un piano, poi cerchiamo di attuarlo, e le cose vanno poi per il meglio», ha detto Michael Kretschmer, premier critianodemocratico della Sassonia, nella ex Ddr, domenica sera al talk-show di Anne Will, in onda sull’Ard, il primo canale pubblico. La Germania ha cominciato ad aprirsi da ieri, e gli ospiti erano divisi, tra chi, pensando agli affari, vorrebbe ancora più libertà, al più presto possibile, e chi ha invitato alla prudenza. La padrona di casa, Anne Will, ha concluso: «Vedremo tra un mese chi ha ragione». Intanto, si lavora tutti insieme, senza badare alle divisioni politiche.

Me lo aveva spiegato a suo tempo Giuseppe Vita, l’italiano più amato e stimato in Germania, capo della Schering, l’unica grande industria della capitale, poi entrato nel consiglio di sorveglianza della Springer Verlag e della Deutsche Bank. Il presidente di una società in Francia, per non perdere il rispetto dei collaboratori, deve impartire degli ordini. In Germania, prima di decidere ascolta il parere dei suoi direttori, e ognuno è libero di contraddirlo, gli yesmen non sono apprezzati. Presa una decisione però, tutti collaborano lealmente, anche chi, all’inizio, la pensava in modo opposto.

È quel che avviene in questi giorni a Berlino. Frau Merkel convoca i primi ministri delle sedici regioni, li ascolta, e poi si sceglie una linea che vale per tutto il paese. Non può funzionare se un Land chiude e un altro vicino apre, come dovrebbe essere evidente. A livello locale si può essere più severi, non esagerare in libertà. Il premier della Nord Renania Westfalia, il cristianodemocratico Armin Laschet, si preoccupa per i posti di lavoro. Markus Söder, cristianosociale, tiene chiusa la sua Baviera, anche se la Bmw e la Audi, aziende bavaresi, sono in difficoltà, ma ogni giorno è in contatto e ascolta Dieter Reiter, il borgomastro socialdemocratico di Monaco. Il ministro della sanità Jens Spahn, che ha studiato scienze politiche e arte, chiede consigli al sindaco di Amburgo, Peter Tschentscher dell’Spd, che è medico, specializzato in biologia molecolare, e dunque prudente. Amburgo, città Stato, un milione e 840 mila abitanti, ha registrato 91 vittime.

E così la pensano i tedeschi: nell’ultimo sondaggio dell’istituto Forsa, la Cdu-Csu è giunta al 39%, undici punti in più rispetto al 29 marzo. L’Spd (socialisti) è ferma al 16%, un punto in più dei verdi, che sono i grandi perdenti. Prima dell’emergenza, erano al 26 % e speravano che il prossimo cancelliere sarebbe stato uno di loro. Gli elettori si preoccupano dell’ambiente, ma evidentemente non sono convinti delle loro capacità di gestire il dopo, quando si dovrà uscire dalla crisi. Il 47% ha fiducia nella Cdu-Csu, dunque anche chi non voterebbe per il partito della Merkel, solo il 7% nei socialdemocratici, indecisi su tutto, e appena il 3% nei verdi. I populisti di destra dell’AfD scendono al 10%, ma nei sondaggi prima di Natale sfioravano il 18%.

I morti sono 4.642, le prime due vittime si registrarono il 9 marzo, i contagiati circa 150 mila. Abbassare la guardia, imitare la Svezia dove tutti si comportano come prima? «Per giungere all’immunità di gregge, compiendo 73 mila tamponi al giorno, il massimo possibile, occorrerebbero 18 mesi», ha avvertito il deputato Helge Braun, capo della Cancelleria. «Un’impresa che porterebbe al collasso la sanità e al collasso il sistema paese». Discorso chiuso, come per la proposta di una app che controlli tutti i cellulari. Potrebbe funzionare in un paese, non in una metropoli. Per controllare i contatti di un cittadino contagiato, in due giorni si arriverebbe a dover seguire almeno 10 mila altri cittadini. Un’utopia a cui in Germania non si pensa più, ma in Italia si vuole sempre realizzarla.

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