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Germania, la Consulta contro il bazooka della Bce

La Corte costituzionale tedesca chiede chiarimenti sul Quantitative easing. La Bce: «Corte Ue giudicò legittimo il nostro operato».
l alle pagine 12 e 13
dalla nostra corrispondente
BERLINO — «Una dichiarazione di guerra», l’ha definita l’influente economista tedesco Clemens Fuest, direttore dell’Ifo. La storica sentenza pronunciata ieri dal Tribunale di Karlsruhe è una sfida non solo alla Bce, ma anche alla Corte di Giustizia europea. I giudici costituzionali tedeschi mirano a limitare una delle più importanti misure straordinarie avviate dalla Bce durante la crisi finanziaria: gli acquisti di titoli di Stato. E lo fanno dichiarandoli parzialmente incostituzionali e contraddicendo apertamente l’istituzione più sovraordinata di tutte, la Corte di giustizia europea. Che a dicembre del 2018, rispondendo proprio a una sollecitazione dei togati tedeschi, aveva dichiarato legittimi quegli acquisti e li aveva giudicati in sintonia con il mandato della Bce.
Adesso l’istituzione guidata da Christine Lagarde ha tre mesi di tempo per raddrizzare gli errori rilevati dai giudici tedeschi. Altrimenti la Bundesbank sarà costretta ad abbandonare il programma di acquisti cosiddetto QE, “quantitative easing”. In teoria, con conseguenze devastanti per la tenuta dell’eurozona. Ma in serata, dopo un breve Consiglio direttivo in teleconferenza, la Bce ha risposto in otto righe scarne alla sentenza potenzialmente dirompente. «Ne prendiamo atto», ha fatto sapere, ricordando che la Corte di Giustizia europea le ha attestato due anni fa di «agire nel rispetto del mandato ». Un esercito di esperti è già chino sul verdetto di Karlsruhe, ma il clima è piuttosto sereno, nei corridoi della Bce. Jens Weidmann, governatore della Bundesbank, ha dichiarato che la banca centrale tedesca «darà il suo contributo » alla formulazione della risposta della Bce, «nel rispetto dell’indipendenza del Consiglio della Bce».
Angela Merkel, durante un incontro a porte chiuse con il suo partito, ha promesso di «occuparsi approfonditamente» della sentenza, secondo quanto riporta da una fonte della Cdu. La cancelliera ha aggiunto che si tratta di un verdetto importante perché «riguarda i limiti di ciò che la Bce può fare» ed è in contraddizione con la decisione europea.
È stata proprio Karlsruhe a tirare in ballo il governo e il Parlamento tedeschi, che avrebbero dovuto pronunciarsi da un pezzo sul programma di acquisti denominato comunemente “QE”, quantitative easing. I giudici di Karlsruhe invitano Berlino a farlo anche adesso. Ma ieri il ministro delle Finanze, Olaf Scholz, è stato netto: il verdetto non minaccia la tenuta dell’eurozona.
L’Alta corte tedesca ha deciso e questa è una buona notizia – che di per sé gli acquisti dei bond governativi non violano i Trattati europei. La Bce potrà continuare a stendere il suo scudo protettivo sui debiti e potrà intervenire quando i rendimenti dei titoli più fragili schizzeranno troppo in alto.
Tuttavia, «un programma di acquisti dei bond ha rilevanti conseguenze di politica economica». Dunque, quelle misure sono diventate ormai «sproporzionate», secondo Karlsruhe. In sostanza, incamerando negli ultimi 5 anni ben 2.600 miliardi di titoli di Stato, la Bce ha perso di vista il suo dover fare politica monetaria – mantenere l’inflazione intorno al 2% – e non politica economica. E invece il programma cosiddetto QE è troppo distorsivo rispetto alle scelte dei governi o alle valutazioni dei mercati, e rischia di salvare aziende decotte, di penalizzare i risparmiatori, di favorire i debitori, eccetera.
Peraltro, la sentenza sul Qe getta un’ombra lunga anche sul programma straordinario per la pandemia, il Pepp da 750 miliardi. Prevedibili anche i ricorsi, ora che è uscita l’attesa sentenza di Karlsruhe su un programma che presenta ancora molti più paletti del Pepp.
La “sproporzione” del QE, argomentano i giudici tedeschi, non è stata riconosciuta due anni fa dalla Corte di Giustizia europea. Perciò Karlsruhe sostiene che quel verdetto «non è comprensibile» e che consente a un tribunale nazionale di emendarlo. Con quella sentenza i giudici Ue sono andati “ultra vires”, al di là della loro giurisdizione. Ma il duello è solo all’inizio.

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