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Germania favorita dall’euro

di Alessandro Merli

Le decisioni della Germania saranno la chiave per la sopravvivenza dell'euro. E, se dipendesse dall'opinione pubblica tedesca, le speranze sarebbe davvero poche. Non c'è sondaggio che non indichi come la maggior parte degli intervistati non solo vuol dire basta ai salvataggi dei Paesi deboli dell'Eurozona con i soldi dei contribuenti tedeschi, ma ritiene anche di non aver ricevuto alcun vantaggio dalla moneta unica e che sarebbe preferibile tornare al marco. L'interpretazione di questo atteggiamento dei suoi elettori da parte del cancelliere Angela Merkel e del suo Governo è stata finora la richiesta ai partner europei di diventare come la Germania: finanze pubbliche rigorose, salari sotto controllo, sviluppo basato sull'export.

La realtà delle cifre contraddice la percezione dell'opinione pubblica tedesca: la Germania è stata uno dei grandi beneficiari dell'euro. E mette quindi in questione la ricetta proposta da Berlino. La logica mercantilista su cui si basa il modello di sviluppo tedesco rifiuta di riconoscere che il sucesso della Germania si è basato anche sulle importazioni da parte degli altri Psesi dell'Eurozona, spesso a debito e spesso con debiti contratti con le banche tedesche. «L'euro – ha ammesso il direttore finanziario della compagnia di riassicurazione Munich Re, Joerg Schneider – è un colossale strumento di sostegno all'export per la Germania». Grazie anche alle riforme del mercato del lavoro messe in atto nel decennio passato, la Germania ha guadagnato competitività rispetto al resto dell'Eurozona. L'80% del surplus commerciale tedesco è nei confronti degli altri Paesi europei. Molte imprese hanno indirizzato i propri sforzi sulle vendite nell'area della moneta unica. Nel 1998, il 27% del fatturato della Siemens era rivolto ai Paesi europei, nel 2010 la percentuale era salita al 38%. L'euro ha eliminato le svalutazioni competitive, che però erano anche un meccanismo di aggiustamento degli squilibri, oggi impossibile se non con sacrifici pesantissimi. «Con l'euro – ha scritto Adam Posen del Peterson Institute, membro del comitato di politica monetaria della Banca d'Inghilterra – la Germania ha un surplus commerciale nei confronti di Paesi che altrimenti non potrebbero permettersi le sue esportazioni. Bisognerebbe ricordarsi quello che accadde nel 1992 e nel 1995: massicce svalutazioni nominali contro il marco, che hanno bastonato la competitività tedesca e creato uno shock per le economie che svalutavano». Una soluzione perdente per entrambi, ammette Posen. Di quella attuale, però, beneficia solo la Germania.

C'è poi il guadagno di competitività nei confronti del resto del mondo: se la Cina mantiene il suo export competitivo con interventi sui mercati valutari, la Germania lo fa partecipando a un'Unione monetaria con Paesi più deboli. Senza la zavorra di questi, l'euro composto solo dai Paesi di "serie A", oppure una riedizione del marco, schizzerebbe verso l'alto. Il paragone avanzato più di frequente è quello con il franco svizzero, che è stato il destinatario di enormi flussi di capitale tanto da costringere la Banca centrale a enormi interventi per contenerne la rivalutazione. Secondo una stima realizzata l'estate scorsa della Hsbc, un'Unione monetaria composta solo dalla Germania e dai suoi satelliti vedrebbe l'euro balzare a 1,78 sul dollaro, quanto basta a danneggiare pesantemente anche i produttori tedeschi più efficienti.

Si tratta però di considerazioni che non entrano nel dibattito in Germania. Anche le imprese, soprattutto quelle esportatrici, che erano state fra i grandi fautori dell'euro, sono oggi quasi assenti nella difesa di una situazione che ha portato loro molti vantaggi.

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