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Gentiloni: “Sulle due venete un intervento doveroso e nessun regalo ai banchieri”

Cinque miliardi le sono arrivati dallo Stato, per rilevare per un euro simbolico una parte delle attività di Popolare Vicenza e Veneto banca, da domenica sera formalmente in liquidazione. Un altro miliardo e mezzo è arrivato a Intesa Sanpaolo ieri dalla Borsa, che ha festeggiato il titolo con un rialzo del 3,52%. L’operazione infatti, non ha impatti sui coefficienti patrimoniali della banca né sulla sua politica di dividendi, ma continua ad essere subordinata in particolare al fatto che il decreto legge sia confermato in Parlamento senza ulteriori oneri per Intesa. Nel frattempo, è previsto l’esodo di 3.900 dipendenti (la maggior parte proveniente da Intesa) e che 600 filiali vengano chiuse (su meno di mille prese in carico).
Condizioni molto vantaggiose, hanno sottolineato gli analisti. Persino troppo, hanno chiosato alcuni. Tanto che lo stesso premier Paolo Gentiloni è intervenuto per difendere l’operazione. «Chi parla di regalo ai banchieri fa solo cattiva propaganda – ha detto credo sia non solo legittimo ma doveroso farsi carico di problemi che possono interessare le nostre imprese o banche». Critiche anche dal Parlamento europeo: «Così l’Unione è sul letto di morte» ha detto l’eurodeputato tedesco Markus Ferber.
Su un piano più tecnico, sono stati il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e il vice direttore generale della Banca d’Italia Fabio Panetta a ripercorrere le dimensioni dell’intervento (e le speranze di recupero per la parte pubblica). A Intesa è stato riconosciuto un contributo di 4,8 miliardi, di cui 3,5 per non far scendere i coefficienti patrimoniali della banca, post acquisizione delle attività delle due banche in liquidazione, e altri 1,3 per i costi dell’integrazione (soprattutto gli esodi incentivati). Sono gli esborsi in senso stretto, che Padoan si è detto «molto fiducioso » di recuperare nel tempo, con la vendita degli asset rimasti in pancia alle banche in liquidazione (da Arca sgr a Bim, a Farbanca e, soprattutto, a circa 12 miliardi di crediti deteriorati netti). Il resto, quasi 12 miliardi, è rappresentato, sotto varie forme da garanzie prestate dallo Stato alla banca guidata da Carlo Messina, che scatteranno solo a determinate condizioni (e nelle attese non dovrebbero scattare mai). Panetta parla potenzialmente di «costi contenuti o addirittura nulli»; i conti andranno fatti alla fine, quando sarà smaltito l’enorme stock di prestiti a vario titolo deteriorati: è pur vero che la Sga, la bad bank dell’allora Banconapoli, alla fine ci ha guadagnato, ma quasi dopo venti anni. Ben più veloce dovrebbe essere invece il processo di vendita delle partecipazioni rimaste ai commissari liquidatori (guidati da Fabrizio Viola) mentre Banca Apulia e Banca Nuova, insieme ad altre società e alla rete estera sono passate a Intesa.
A questo punto resta sul tappeto Mps, ma le speranze, come ha confermato anche Bankitalia, è che la ricapitalizzazione precauzionale sia ormai in dirittura d’arrivo. Nelle prossime due (al massimo tre) settimane è atteso l’ok della Commissione Ue.

Vittoria Puledda

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