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Gentiloni-Merkel, prove d’intesa Il premier: «L’austerità è finita»

Il vertice di ieri a Berlino tra Angela Merkel e Paolo Gentiloni avrebbe potuto essere uno dei soliti incontri nei quali, come ai tempi di Matteo Renzi, il presidente del Consiglio italiano diceva due o tre cose forti, segnava una differenza di opinioni con la Germania su alcuni punti e la cancelliera ascoltava ma poi non succedeva nulla. Invece è stato un po’ diverso. Solo un po’: anche stavolta non seguiranno rivoluzioni.

Ma le differenze sono state due. Innanzitutto, la politica oggi impone unità tra i Paesi della Ue e Berlino e Roma concordano pienamente. Tra Brexit, nuova amministrazione americana, Russia all’offensiva, elezioni nazionali decisive, le ragioni per divergere impallidiscono rispetto a quelle di stare insieme per evitare il crollo dell’Unione europea. Sull’ultima polemica tra governi italiano e tedesco — sollevata dal ministro Alexander Dobtindt con l’attacco ad alcuni modelli di auto della Fca — Merkel e Gentiloni hanno derubricato la questione a fatto tecnico e non politico: sulle emissioni ci sono regole che danno alle autorità nazionali la delega a decidere e comunque della cosa si occupa la Ue, ha detto il premier italiano.

Sulla richiesta della Commissione Ue di un intervento per correggere il deficit di bilancio italiano, Gentiloni è invece stato più netto. «Non dobbiamo dare la sensazione che l’Europa si muova al piccolo cabotaggio. A volte sembra non solo a due velocità ma a due rigidità o flessibilità: rigida sui punti percentuali dei bilanci pubblici, ampia sulle questioni migratorie». Una critica implicita alla Germania per la sua vigilanza sui conti pubblici europei — «a nostro avviso la fase dell’austerità è finita», ha detto il premier italiano — e all’Europa che non riesce a trovare unità sulla politica verso i profughi.

La seconda differenza è che l’incontro a due è stato condotto in parallelo a un convegno economico italo-tedesco organizzato dai ministri dell’Industria Sigmar Gabriel e Carlo Calenda al quale hanno partecipato le confindustrie dei due Paesi. Tema: digitalizzazione e Industria 4.0. Il dibattito ha reso più concreti i richiami all’unità tra due Paesi le cui economie sono già fortemente integrate e sono di fronte alla necessità di mettere assieme robotica, intelligenza artificiale, Big Data, Rete. Un’opportunità enorme ma anche un problema: nei prossimi decenni, questi cambiamenti tecnologici rischiano di fare perdere nel mondo 1,1 miliardi di posti di lavoro, stipendi per 15.800 miliardi annui (fonte McKinsey). Assieme a investimenti nel settore — ha sostenuto Calenda — occorre investire sulla conoscenza, se non si vuole che le popolazioni si affidino al populismo.

Calenda ha parlato della necessità di una politica industriale per sostenere l’innovazione manifatturiera. Ma ha anche introdotto una novità mai sentita da un esponente di punta del governo italiano. «Non è plausibile — ha detto — che nel 2017 l’Europa ritrovi il suo futuro, la sua unità. Il 2017 sarà l’anno in cui si deve frenare il populismo. Quest’anno combattiamo nei singoli Paesi contro il populismo (nelle elezioni nazionali, ndr ), per fare ripartire l’Europa l’anno prossimo».

Esattamente quello che pensa Frau Merkel. Per questo, litigare tra Berlino e Roma è vietato.

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