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Gentiloni: «L’Europa rallenta, rivedere il patto di stabilità»

I problemi della riforma del Mes sono nel suo «carattere limitato e assai poco ambizioso». Chiuso questo cantiere, bisognerà tornare a spingere perché il Mes entri a pieno titolo nell’architettura giuridica della Ue e la sua capacità di indebitamento possa essere utilizzata anche per finanziare le politiche economiche comunitarie.

Il ministro dell’Economia Gualtieri torna a battere sul tasto del meccanismo europeo di stabilità che continua a complicare la vita della maggioranza in vista della risoluzione di mercoledì. L’accordo di principio ottenuto all’ultimo Eurogruppo facilita il compito di gestire un dibattito italiano finito in fuorigiri. Una «ammuina costosa politicamente ed economicamente», sintetizza il presidente della Febaf Luigi Abete. E anche nel corso delle discussioni sulla manovra, rincara il premier Conte, ci sono stati «atteggiamenti incomprensibili per gli investitori, che non ci fanno bene». «Non possiamo permetterci di continuare così», avverte il presidente del consiglio rivolto agli alleati.

Ma sull’Europa il problema, ha ribadito ieri il titolare dei conti alla prima giornata del Rome Investment Forum organizzato dalla Febaf, è l’eccesso di compromessi al ribasso che ha finito per frenare le potenzialità anche di questo intervento.

L’Unione incompiuta è del resto la parola chiave in cima all’agenda dei vertici comunitari. «Ogni forma di ottimismo deve essere contenuta», spiega per esempio il commissario agli Affari economici Paolo Gentiloni, registrando il rallentamento della crescita (1,1% nelle previsioni di novembre, contro il 2% medio degli ultimi anni) e soprattutto il fatto che «non ci sono attendibili previsioni su un rimbalzo nel 2020 e 2021. Non siamo alla vigilia di una recessione», chiarisce Gentiloni, ma il rallentamento c’è e colpisce manifatturiero ed export: e, di conseguenza, Germania e Italia in primis.

Per affrontare questa fase «la politica monetaria non basta», avverte il commissario, perché serve un coordinamento maggiore nelle politiche di bilancio. Più Europa, insomma, non meno. E, nelle intenzioni, nel nome degli investimenti pubblici e privati.

Dopo il piano Juncker, il nuovo strumento è quello di InvestEu, che punta a una leva da 650 miliardi per progetti articolati nei quattro filoni di infrastrutture sostenibili, ricerca e innovazione, pilastro sociale e Pmi.

Gli investimenti saranno al centro della road map che la Commissione presenterà domani al Consiglio europeo per le riforme delle regole e degli strumenti finanziari in mano alla Ue per accompagnare la «gigantesca transizione» verde etichettata dal Green Deal europeo. Un programma che per Gentiloni dovrà puntare anche alla riforma del Patto di stabilità (come ha detto anche in un’intervista alla Süddeutsche Zeitung) oltre che all’introduzione di standard comuni per gli strumenti finanziari innovativi come i green bond.

Il punto di partenza di questo lavoro, nel giudizio di Gualtieri che prima di trasferirsi in Via XX Settembre l’ha seguito da vicino come presidente della commissione Econ del Parlamento Ue, è un quadro di «progressi parziali ma significativi». La flessibilità e il piano Junker hanno dato una mano, ma ora l’orientamento deve diventare strutturale. Le vie per Gualtieri sono due: la limited golden rule, il trattamento di favore per gli investimenti verdi che però fatica a trovare sponde in Europa, o il rafforzamento di InvestEu. Ma più dello strumento conta l’obiettivo, rimarca Gualtieri che ribadisce il «no» italiano alle ipotesi di valutazione prudenziale dei titoli di Stato che renderebbero l’Europa «l’unica area del mondo privo di un asset liquido a rischio zero».

 

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