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Generazione cinquantenni La marcia spedita del «tedesco» d’Italia

Nella vita professionale di Flavio Valeri, l’attuale presidente e consigliere delegato di Deutsche bank, la data da ricordare è il 1992, quattro anni dopo la laurea con lode in Ingegneria meccanica all’Università La Sapienza di Roma. La Fondazione Serafino Ferruzzi, capostipite del gruppo di Ravenna passato poi sotto la guida del cognato Raul Gardini, rese disponibili sei borse di studio per studenti europei interessati a frequentare il master in Business administration presso l’Harvard business school, di Boston. Il bando di gara venne pubblicizzato sul settimanale inglese Economist. Il mandato a selezionare i candidati venne attribuito a due giovani professori che avrebbero fatto strada: Alberto Quadrio Curzio (oggi economista e docente di Economia politica) e Marco Fortis (professore di Economia industriale e vicepresidente della Fondazione Edison, nonché tra i consiglieri di Matteo Renzi, il presidente del consiglio). E Valeri ebbe l’opportunità di guadagnarsi sul campo il master che ha rappresentato il primo passo di una carriera avvenuta per oltre 15 anni all’estero e che, tra i banchieri, ne fanno uno dei cinquantenni di maggior esperienza, la generazione successiva a quella degli Alessandro Profumo e dei Corrado Passera.
Più esattamente il rientro in Italia è avvenuto nel 2008, con la nomina a numero uno della Deutsche bank italiana, dopo avere lasciato il Paese nella fase terminale della Prima Repubblica e ritrovandolo in piena Terza Repubblica. Tutto era cambiato e stava ancora cambiando, con la necessità di capire fenomeni in atto e protagonisti scesi in campo.
Gestione
Per questo la scelta fu di adottare il metodo dell’inchiesta: almeno tre incontri al giorno per un anno e mezzo, visitando i clienti più significativi della banca e presentando il nuovo corso a livello istituzionale. Una gestione, la sua, certamente più prudente e istituzionale del predecessore, Vincenzo De Bustis, conosciuto per i rapporti di amicizia con Massimo D’Alema e la strategia dell’attenzione verso imprenditori e manager che il leader dell’ex Partito comunista di allora incoraggiava, ribattezzati con la definizione di «capitani coraggiosi».
Valeri invece seguì il consiglio che gli dette Cesare Geronzi, all’epoca banchiere temuto e crocevia dei rapporti tra finanza e politica: non frequentare i salotti romani. Il che non significa rinunciare ai rapporti con il mondo pubblico, più o meno istituzionali.
Così Deutsche Bank è diventata uno dei principali sottoscrittori dei titoli emessi dal Tesoro, ha affiancato la Sace nelle garanzie per le imprese italiane che esportano, è l’artefice di mutui per circa 7,5 miliardi di euro sottoscritti dal Banco Posta.
Tutte operazioni che hanno permesso al gruppo tedesco di crescere sul mercato italiano, diventato il più importante per la casa madre dopo la Germania con 40 miliardi di euro d’impieghi, 6 mila dipendenti, oltre 360 sportelli (dopo averne aperti una settantina in tre anni). Risultati che hanno fatto di Valeri il candidato per ruoli di vertice, ad esempio in Poste italiane e Unicredit. Nel primo caso il problema è stato all’ordine del giorno un anno fa, quando l’ allora amministratore delegato, Massimo Sarmi, era pronto per il passaggio in Telecom. Per quanto riguarda Unicredit, invece, fa premio l’affinità con il presidente Giuseppe Vita, uno dei pochi italiani che conoscono bene la Germania.
La rete
Su entrambi i fronti Valeri poteva essere, come amministratore delegato, una alternativa possibile e questo gli avrebbe permesso di salire l’ultimo gradino della carriera professionale. Certamente la rete di relazioni che ha costruito è decisamente diversificata: da Giuliano Amato (che è stato consulente di Deutsche bank fino all’incarico di giudice costituzionale) a Giovanni Castellucci (amministratore delegato di Atlantia e della società Autostrade, che è stato capo progetto di Valeri a Parigi, nei due anni di lavoro alla Boston consulting group, leader nella consulenza strategica), dalla conoscenza del lobbista Luigi Bisignani alle frequentazioni con Paolo Scaroni (prima amministratore delegato dell’Eni, il cliente più importante del gruppo bancario tedesco in Italia, e ora vicepresidente di Banca Rothschild) fino all’amicizia con Aurelio Regina (numero uno in Italia di Egon Zehnder, la società specializzata nella valutazione e reclutamento dei manager di alto livello).
La scommessa di Valeri è stata di costruire la Deutsche bank italiana sul modello di banca universale, con una presenza importante a livello territoriale, ma anche nella finanza d’impresa.
Così le scelte caratterizzanti sono state l’apertura di sportelli, quando le altre banche li chiudono, e il protagonismo nella finanza in cui Valeri ha messo a frutto i sette anni trascorsi in Merrill Lynch, a Londra e Francoforte, anche come responsabile dell’Equity capital markets per l’Europa, il Medio Oriente e l’Asia.
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