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Generali supera lo stress test di S&P: nessun taglio al rating

Standard & Poor’s ha deciso di confermare il rating di Generali ad A-. L’agenzia ha dunque accertato che la compagnia di Trieste è “impermeabile” al rischio di default dell’Italia. E lo ha fatto dopo aver sottoposto il gruppo a uno stress test particolarmente duro. Test che Generali ha superato perché ha messo nero su bianco una serie di misure che è pronta ad attivare in caso di fallimento del paese. Leve che fanno parte di una sorta di «piano di mitigazione del rischio» che passerà al vaglio del Cda della società verso fine anno. «È un risultato importante per Generali, il segnale più chiaro della solidità intrinseca del gruppo», ha commentato il group ceo Mario Greco». «Siamo molto soddisfatti – ha aggiunto Alberto Minali, cfo di Trieste –, tanto più perché abbiamo spinto S&P a riconsiderare una decisione di downgrading già presa». A fine febbraio, infatti, l’agenzia aveva deciso di tagliare il rating del gruppo. Trieste ha però fatto appello contro quella decisione. Mossa normalmente rischiosa se si pensa che, a livello globale, su 150 ricorsi presentati solo 5 hanno avuto risultato positivo. L’azzardo si è però rivelato vincente. «Nell’ultimo mese siamo riusciti a dimostrare l’altro grado di realizzazione del nostro execution plan, ossia dell’insieme di manovre che siamo pronti a realizzare per ricostituire il capitale post stress test. Abbiamo documentato queste manovre fornendo la prova che ben il 70% di quelle azioni ha bassissimo rischio di esecuzione. L’esito è un grande risultato», ha concluso Minali, che si è occupato direttamente della questione con il proprio team.
La messa sotto osservazione del merito di credito del gruppo aveva scatenato, lo scorso autunno, numerose polemiche. Per la tempistica dell’annuncio, a poche ore dall’Investor day che le Generali hanno tenuto a Londra il 27 novembre scorso, e perché qualcuno ha immaginato che l’agenzia, accendendo un faro su un campione italiano, volesse in realtà indebolire ancora il paese. Tanto che della questione si era occupata la stessa Consob. La Commissione, dopo aver valutato i risvolti di Borsa della vicenda (pressoché nulli), ha portato la questione addirittura all’attenzione dell’Esma. Detto questo, il faro a suo tempo acceso da S&P rispondeva a un cambio di practice su scala internazionale che imponeva l’esecuzione di uno stress test su tutti quei gruppi con merito di credito superiore a quello del paese di origine e fortemente esposti sul mercato interno. Profilo che corrispondeva alle caratteristiche delle Generali. A novembre è dunque iniziata l’analisi su Trieste, conclusa positivamente ieri: stesso rating ma outloook negativo perché, al di là di tutto, l’esposizione al rischio Italia esiste e va ponderata.
A spingere S&P a mantenere inalterato il giudizio sulla compagnia sono stati diversi fattori. Innanzitutto, hanno contribuito il piano di rafforzamento del capitale e l’impegno del gruppo a ridurre negli anni a venire i titoli di Stato presenti in portafoglio. Poi, ha giocato a favore il piano di mitigazione del rischio che Generali sta approntando sia per l’Italia sia su scala internazionale in quanto “assicuratore sistemico”, ossia soggetto che può creare un effetto domino. Di questo piano fanno parte alcune azioni chiave che Generali si è impegnata ad attivare in caso di “crisi”. Tra questi la stipula di accordi con riassicuratori dal profilo internazionale. Non solo, anche la condivisione con i sottoscrittori delle polizze delle eventuali perdite sugli attivi. E, infine, la possibilità di far emergere a bilancio l’eccesso di riserve o le plusvalenze inespresse. Tutto a beneficio del capitale regolamentare. Secondo S&P gli investimenti in Italia a fine 2013 erano 95 miliardi, più o meno 3,5 volte il capitale regolamentare (26 miliardi sempre a fine dicembre).

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