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Generali, parte la resa dei conti Sul tavolo c’è già il cda 2022

Francesco Gaetano Caltagirone non ha depositato le azioni, il 5,65% del capitale, per partecipare all’assemblea delle Generali che si terrà oggi. La mossa dell’imprenditore romano non arriva però come un fulmine a ciel sereno. Piuttosto è l’ultimo atto di un crescendo di tensioni, tra soci e in seno al consiglio, che hanno scandito la vita della compagnia assicurativa negli ultimi mesi. A generarle è stato uno scontro dai confini altamente labili, dove ancora oggi si mischiano visioni differenti su due delle leve centrali che muovono l’azienda: strategia e governance.

Tutto è da ricondurre al delicato tema delle operazioni straordinarie, in Italia e all’estero, che in alcuni casi hanno spaccato azionisti e cda. Da Cattolica, fin da subito messa nel mirino da Caltagirone e da Leonardo Del Vecchio, per passare alla Russia, operazione ricca di sfaccettature ancora tutte da verificare e in realtà mai condivisa neppure da Mediobanca, ma assai caldeggiata dal ceo Philippe Donnet, fino ad arrivare alla Malesia. Quest’ultima industrialmente più che sensata per Piazzetta Cuccia, perchè Trieste va a costruirsi una posizione solida nel danni in un paese interessante, ma non per una parte rilevante del cda considerato che su 13 membri di fatto hanno votato positivamente solo otto. Una spaccatura che ancora una volta ha registrato le posizioni opposte del fronte Mediobanca rispetto a quelle degli altri presenti in consiglio. E che, in prospettiva, sarà lo specchio del confronto che si andrà a consumare anche nei prossimi mesi. Perché se la strategia è stato il punto di partenza del conflitto, la governance rischia di diventare terreno fertile per la resa dei conti. La vera posta in palio, stante che l’attuale board terminerà il proprio mandato con l’approvazione del bilancio 2021, è come sarà composto il futuro consiglio. E anche qui le posizioni, al momento, paiono inconciliabili. Si parte da due presupposti completamente diversi. Per Mediobanca non si può prescindere da una lista che nasca dal cda, come previsto dallo statuto. Una lista che “piaccia” al mercato e che maturi all’interno di un percorso delineato con il presidente che mette all’ordine del giorno il tema, con la nomina di un consulente che aiuti a identificare i profili e con un board che poi valuti le proposte in tutte le sue componenti. E se ci sarà qualche socio che non condivide, forte della partecipazione in portafoglio, potrà sempre presentare un proprio elenco di candidati. Ma l’altro pezzo del mondo Generali, a partire da Caltagirone, non è d’accordo. L’attuale consiglio, si fa notare, è espressione forte di Piazzetta Cuccia, il presidente stesso, Gabriele Galateri di Genola, è stato in passato numero uno di Mediobanca, il vice presidente, Clemente Rebecchini, è direttore centrale dell’istituto e altri componenti possono essere ricondotti alla banca. Ma al di là di questo si ritiene che ad essere ribaltata debba essere la prospettiva: il management va costruito una volta che si è deciso cosa dovrà fare Generali. Va bene la strategia dei piccoli passi o si vuole pensare in grande? Se serve più attenzione ai costi perchè non inserire la figura di un direttore generale o di un comitato esecutivo? E il presidente? Non può avere deleghe ma per forza deve essere solo una figura di semplice garanzia? Tante domande a cui si vuole cercare di dare risposta. Ma tutto questo è inaccettabile per Piazzetta Cuccia e la logica che la muove. Mediobanca oggi punta a un consiglio che rappresenti l’intero mercato e non che sia lo specchio di un gruppo di azionisti che vale poco meno del 25% della società. E invece quei soci, è il pensiero del fronte opposto, dovrebbero essere il motore del cambiamento sulla base del quale costruire il nuovo management.

Perché, è inutile nascondersi, molto ruota attorno alla figura del ceo, è lui l’espressione delle strategie di ieri e di quelle che verranno. E per la banca guidata da Alberto Nagel, Donnet funziona: i piani che ha presentato li ha portati a termine e pur in un contesto complesso, quale quello della pandemia, ha centrato i risultati e ha costruito una Generali solida che con la cassa può permettersi di guardare a qualche operazione di crescita, sebbene in un quadro di prudenza e disciplina. E, sottolineano, sono i numeri a dirlo: un risultato operativo in crescita dal 2016 al 2020 da 4,8 a 5,2 miliardi, una Solvency passata dal 177% al 224%, oltre 7 miliardi di dividendi erogati e un total shareholder return del 29% (in linea con quello di Allianz, superiore a quello di Axa, 20%, ma nettamente inferiore a Zurich, 46%).

Tuttavia, ci sono due elementi, non certo marginali che potrebbero giocare a sfavore di Donnet: la capitalizzazione, con il titolo del Leone che ormai da anni viaggia all’interno di una banda di oscillazione che difficilmente supera i 18 euro, e l’M&A. Così oggi Caltagirone non si presenterà in assemblea. I Benetton e Leonardo Del Vecchio, rispettivamente al 4% e al 5%, invece ci saranno. I primi sono pronti a votare sì alle delibere, il secondo non dichiara il proprio voto ma non pare, almeno in ottica assemblea, sul piede di guerra. Diversa è la dinamica in consiglio, lì il confronto resterà serrato. Tanto più perché se sarà il board a proporre la lista per il cda, a maggio, al più tardi a inizio giugno, le procedure dovranno iniziare.

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