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Generali le prime mosse di Greco

Quando arriva Mario Greco? A Trieste ancora non sanno dare una risposta precisa: il più presto possibile, è il ritornello che si ripete. Dopo che il 2 giugno scorso il group ceo delle Assicurazioni Generali, Giovanni Perissinotto, è stato sfiduciato dal consiglio di amministrazione della compagnia del Leone, le deleghe operative sono, ad interim, tra le competenze del presidente Gabriele Galateri di Genola. La situazione è destinata a evolvere rapidamente: Greco, che dell’elvetica Zurich è stato ceo prima del comparto Global Life e poi del General Insurance, si è dimesso la scorsa settimana per ritornare in Italia dopo un’avventura iniziata nel 2007 ed ora sta definendo i dettagli prima di insediarsi alla guida della maggiore compagnia italiana e iniziare a governarla. In quel momento saranno due le direttrici principali della sua opera: una sul versante della governance, l’altra prettamente finanziaria.
Governance
Salito in groppa al Leone, Mario Greco dovrà cercare di governarlo e di farlo ruggire sui mercati più remunerativi. Potrà contare fin da subito sull’appoggio del presidente Galateri — che il 2 giugno ha votato per la sfiducia a Perissinotto e che è stato tra coloro che lo hanno indicato quale successore — e sulla maggioranza dei consiglieri, ma dovrà iniziare rapidamente a fare chiarezza, senza perdere tempo. Soprattutto nei ruoli del top management. Tre sono le pedine chiave al vertice di Generali con cui Greco dovrà confrontarsi fin dalle prime ore: il cfo Raffaele Agrusti, l’amministratore delegato Sergio Balbinot, il country manager per l’Italia Paolo Vagnone.
Per quasi una decina d’anni, fino alle stagioni più recenti con la creazione della figura del group ceo, Generali ha avuto due amministratori delegati, Balbinot dedicato agli affari esteri, Perissinotto focalizzato più sulle vicende interne e sul rapporto con gli azionisti. Greco, che per cinque anni in Zurich ha avuto come mercato di riferimento il mondo, come organizzerà la geografia interna al «suo» gruppo? Rispondendo a questa domanda si avrà un’idea più precisa anche sul ruolo futuro di Raffaele Agrusti. L’uomo dei numeri, della finanza del gruppo, ha spesso preferito ruoli di secondo piano, mai dai protagonista, ma sulla sua scrivania si sono sempre bilanciati tutti gli equilibri interni alla compagnia. Le Generali non sarebbero quello che sono senza Agrusti, uomo d’ordine e di potere, negli anni legatissimo a Perissinotto, che conosce la compagnia come nessun altro. Agrusti e Balbinot, con Perissinotto, rappresentano la sintesi dell’ultimo decennio delle Generali, mentre Paolo Vagnone è l’ultimo arrivato. Sbarcato a Trieste nel dicembre 2010, Vagnone ha delega sull’Italia, primo mercato di riferimento per le Generali, dove matura il 29 per cento del business del Leone. A differenza di Balbinot e Agrusti, Vagnone ha già lavorato gomito a gomito con Greco quando entrambi erano in Ras. Fino all’aprile 2005 Greco era amministratore delegato della compagnia del gruppo Allianz, Vagnone il direttore generale che lo sostituì al momento delle dimissioni. Il precedente, che non è una ipoteca sul futuro, merita comunque di essere considerato, visti gli ottimi rapporti che legano i due.
Finanza
Se sulla sfiducia a Perissinotto hanno pesato i risultati ottenuti dalle Generali — nel 2011 utile netto di 865 milioni di euro contro i 2,8 miliardi ottenuti dalla tedesca Allianz e i 4,3 miliardi intascati dalla francese Axa — Greco farà bene a guardare avanti, non solamente al recupero di redditività che gli azionisti hanno chiesto alla compagnia, ma anche agli impegni che questa dovrà affrontare nel medio periodo.
Nel 2014, traguardo lontano ma non troppo, andrà infatti a scadenza l’opzione put che Petr Kellner potrà esercitare vendendo a Generali il 49 per cento della holding Generali-Ppf, attiva sul mercato assicurativo dell’Europa dell’Est. I patti, siglati nel 2007 da Perissinotto, hanno consolidato la presenza delle Generali in quella parte d’Europa che però oggi risente della crisi, in parte legata all’area e in parte al business assicurativo. Kellner, che secondo la rivista Forbes è l’89° uomo più ricco al mondo e il primo per ricchezza nella Repubblica Ceca, al momento di siglare l’accordo con Generali salì fino a oltre il 2 per cento nel capitale della compagnia di Trieste, ottenendo anche un posto in consiglio di amministrazione, salvo poi alleggerire la posizione fino a scendere — nel dicembre 2011 attorno a quota 11 euro — all’attuale 1,1 per cento circa.
Opzioni
Allo stato, se Kellner, che taluni indicano come a caccia di liquidità, dovesse esercitare la sua opzione, ne ricaverebbe circa 2,4 miliardi di euro che Generali dovrebbe pagare per salire al 100 per cento nella holding. Una cifra importante anche per un colosso come il Leone. Dove troverà le risorse per fare fronte agli impegni? Il sentiero è stretto: o si generano rapidamente utili comparabili con quelli dei principali competitor, o si trova un partner a cui girare la quota nella holding (ma a quale prezzo?), o si vende qualche gioiello di famiglia. Taluni indicano in Bsi, l’ex Banca della Svizzera Italiana, basata a Lugano ed entrata a metà degli anni Novanta all’interno del perimetro di Generali, come un possibile target di vendita. Congetture certamente viziate da un’accelerazione dei tempi. Ma sebbene l’ostacolo non sia vicino è possibile che parte del mandato di Greco venga giudicato proprio da questa partita. I dettagli finanziari non invitano al buonumore, poche le alternative al momento praticabili. Impensabile, stante il momento storico e l’ormai completato quinto anno di crisi internazionale, anche solo ipotizzare un aumento di capitale da far sottoscrivere ai soci del Leone.

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