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Generali, indagati Perissinotto e Agrusti la Finanza a caccia delle carte “sparite”

Il caso Generali monta. Al tribunale del lavoro di Trieste, dove in queste ore i legali della compagnia depositano il ricorso contro l’ex ad Giovanni Perissinotto e l’ex dg Raffaele Agrusti. E nella vicina procura, dove i due leader operativi del quindicennio passato sono indagati per ostacolo alle funzioni di vigilanza. La notizia, anticipata daAffari & Finanza, segue un’inchiesta in corso da tre mesi almeno – anche per le segnalazioni dell’Ivass e della Consob – e riguarda sette “investimenti alternativi” costati circa 660 milioni e sui quali Generali aveva iscritto a bilancio perdite per 234 milioni. Tutte operazioni collegabili a vario titolo alla finanziaria Finint di Enrico Marchi e Andrea De Vido, a Palladio Finanziaria di Roberto Meneguzzo e al gruppo Valbruna della famiglia Amenduni. La cerchia dei soci veneti di Generali tramite Ferak ed Effeti, che sosteneva la leadership (debole) di Perissinotto e Agrusti.

Il versante penale della vicenda è appena iniziato: lo si intuisce da un particolare a dir poco strano. Nelle scorse settimane i pm triestini Federico Frezza e Matteo Tripani hanno convocato come testimone Mario Greco, ad di Generali dall’agosto 2012. E neppure lui avrebbe saputo riprodurre un pezzo di carta, o un file,che attestasse l’esistenza di quei sette investimenti “alternativi”. Simile scena era avvenuta, poco prima, con i finanzieri Marchi e De Vido. Una sparizione troppo perfetta per essere vera, tanto che gli inquirenti si sono messi a cercare la documentazione altrove. Il 18 febbraio risulta sia stata perquisita la sede milanese di Hsbc (che nel 2007 sottoscrisse strumenti partecipativi di Palladio). Sembra che quelle ricerche – finora non esaurienti – siano state estese a due società con sede a Milano, e una a Vicenza. E se non bastasse, le ricerche potrebbero estendersi all’estero, tramite rogatorie. Nel mirino sono 52 milioni di note Capital Appreciation (2000-2002); 70 milioni di note Cartooner Enterprises (2003); il finanziamento di una società Finint da 40 milioni (2007); investimenti World Global Opportunities da 180 milioni in bond Allbest per comprare il 2,95% di Ilva; i 150 milioni nel fondo Vei e un bond Finint; il ruolo di Wgo nell’investimento di Hsbc (2007) per il 49% di Pfh1 (Palladio). Questa operazione, che ha portato nella sede di Hsbc la Finanza, che non riesce a ricostruire il giro dei 200 milioni usciti dal Leone, finiti in un total return swap con Hsbc a favore di investitori sconosciuti, per metà riconvertiti in azioni di Pfh1 (holding di Meneguzzo, che successivamente comprò anche l’1% di Generali) e di cui a Trieste pare non sia rimasta traccia.
Dal fronte penale, insomma, affiorano forse quei «fatti nuovi» che secondo la nota ufficiale dell’assicuratore hanno portato giovedì scorso il cda a riconsiderare – benché solo in via giuslavoristica – il nulla osta espresso l’estatescorsa, per massimizzare il recupero dei fondi chiesti in risarcimento ai due ex manager. Tuttavia Perissinotto e Agrusti, perquanto benestanti (il primo uscì dal gruppo con 11 milioni, il secondo attende 6 milioni) non possono certo rifondere il danno:e lo aveva già sancito il parere dello studio Erede Bonelli Pappalardo sei mesi fa: «Simile contenzioso comporterebbe un certo gravoso ulteriore impegno di risorse, e l’ammontare dei danni effettivamente recuperabile difficilmente avvicinerebbe quelli subiti». Ieri l’avvocato Giovanni Borgna, che difende l’ex ad, ha dichiarato: «Sono tutte operazioni giustificate e riportate regolarmente nel bilancio. Perissinotto è pronto a discuterne nelle sedi competenti e garantirà tutta la possibile collaborazione, convinto che le vicende saranno del tutto chiarite».
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