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Generali: il Leone soffre il mal d’Italia

Ma quanto valgono le Generali? Il titolo «soffre» più del dovuto e più di quelli dei concorrenti europei? Sono interrogativi che probabilmente, e in modo inevitabile, finiranno per avere una posizione non secondaria in occasione della prossima assemblea del Leone, in programma sabato 28 aprile. Appuntamento che potrebbe presentare anche alcune novità: venerdì sono stati diffusi i criteri applicativi all’articolo 36 sul divieto di interloking, e Mediobanca entro giovedì 26 aprile dovrà decidere sui propri rappresentanti nel consiglio del Leone. Sta quindi valutando se aderire alle disposizioni di legge, in coerenza sia con la presenza che per tanto tempo nel board del Leone è stata istituzionale (con il proprio presidente e un sindaco) sia con la considerazione di non esercitare un controllo di fatto su Generali, diversamente dalla valutazione Antitrust, sostenuta in tutte le sedi dall’istituto. Nel caso dunque Piazzetta Cuccia decida per la validità del divieto, designerà propri rappresentanti al posto di Alberto Nagel e Saverio Vinci. Valutazione che dovrà fare anche Vincent Bolloré, scegliendo Milano o Trieste.
In Borsa
Sul «valore» di Generali, un anno fa le azioni della compagnia quotavano intorno a 15,5 euro, poi sono scese intorno a 10-11 nel corso della prima grande crisi degli spread, cioè nell’estate scorsa, quindi sono risalite a 13-14 quando le tensioni sui mercati si sono allentate per poi scendere di nuovo a 10-11 con il nuovo allarme sulla Spagna. In 12 mesi dunque il calo è stato del 31%, che corrisponde a quello dell’indice Ftse Mib di Piazza Affari. Diversamente i principali concorrenti internazionali non hanno «rispecchiato» l’andamento dei propri mercati: Allianz ha perso in un anno il 15% contro il 4,2% dell’indice Dax, e Axa il 25% circa contro il 16% del Cac. Insomma, il grafico del prezzo del Leone testimonia come Trieste soffra non poco il «mal d’Italia», cioè la crisi del debito sovrano che si riflette in particolare sugli spread: d’altra parte ha in portafoglio circa 50 miliardi di bond italiani. Più in generale accusa poi il peso delle conseguenze dirette della crisi finanziaria, responsabile principale di svalutazioni straordinarie per oltre un miliardo che hanno portato l’utile di fine 2011 a quota 856 miliardi, più o meno la metà rispetto all’esercizio precedente.
Prossimi confronti
Il group ceo del Leone, Giovanni Perissinotto, sarà dunque facilmente sollecitato da domande di azionisti sull’andamento del titolo, peraltro da sempre fra i preferiti dei cosiddetti cassettisti, di coloro cioè che oggi, poiché detengono da tempo il titolo della prima compagnia d’Italia, mugugnano a causa delle inevitabili minusvalenze nei loro portafogli. Ha in pratica anticipato di qualche giorno il tema Lorenzo Pellicioli della De Agostini socio a Trieste con il 2,4% e fra i più attivi nel dare il proprio contributo in consiglio di amministrazione: «Alla base del calo del titolo mi pare ci sia solo un problema macroeconomico — ha detto interpellato sulla quotazione del Leone —. Talmente macroeconomico che ci auguriamo che il mondo vada meglio e così le Generali».
Poste da rivedere
Le svalutazioni per oltre un miliardo, senza le quali il risultato della compagnia si sarebbe attestato intorno a 1,8 miliardi, quindi leggermente superiore a quello del 2010 (1,7 miliardi) hanno «colpevoli» facilmente identificabili. In primo luogo Telco-Telecom (307 milioni) e Grecia (472). Gli investimenti in titoli greci erano concentrati in due Paesi, Francia e Germania, mercati nei quali banche e assicurazioni hanno investito non poco nei bond di Atene. Il Leone in tutto ha investito nel 2007 in titoli greci circa 3,4 miliardi, pari a circa 1,5% del totale delle risorse impiegate in obbligazioni. Fino al settembre 2010 ne sono stati ceduti per 1,3 miliardi, poi il mercato è diventato illiquido.
Come Perissinotto ha avuto modo di dire, a Trieste non si riteneva che l’Unione Europa avrebbe consentito il default di una nazione. Il top manager ha anche sottolineato sulle svalutazioni dei bond greci che le specifiche riserve costituite nel tempo in Francia e Germania hanno permesso di assorbire l’impatto proteggendo i rendimenti degli assicurati. Agli azionisti Perissinotto farà sicuramente presente che sotto il profilo industriale le Generali contrastano bene la crisi. Nel 2011 l’utile è calato sotto il peso della finanza, il risultato operativo è stato di 3,9 miliardi, sostanzialmente in linea (in un mercato peggiorato) con quello del 2010. La raccolta netta vita (cioè la differenza fra premi e riscatti) è stata di 5,8 miliardi contro, per esempio i 3,3 di Axa.
La ripresa
Nei primi mesi del 2012 il buon andamento industriale risulta più che confermato. In questi giorni Trieste sta analizzando i primi dati della raccolta, dai quali sembra emergere un rimbalzo nel vita e la conferma del trend di sviluppo nel danni. Nei primi due mesi dell’anno inoltre il patrimonio netto è aumentato di 2,4 miliardi grazie all’azzeramento delle minusvalenze latenti (passate anzi in positivo per 220 milioni). Il margine di solvibilità è migliorato di 15 punti toccando al primo marzo il 132%. Bisognerà vedere la tenuta successiva, visto il peggioramento della situazione degli spread in queste ultime settimane. Per l’intero esercizio, il gruppo ha già dichiarato di attendersi un risultato netto in forte crescita (sempre che il mercato finanziario non «collassi» di nuovo) e l’obiettivo di risultato operativo è stato stimato fra 3,9 e 4,5 miliardi, con un aumento del 10%. Il management triestino ritiene di portare nel medio periodo questo dato a 5 miliardi grazie anche alla diversificazione geografica, con lo sviluppo nei mercati ad alto potenziale come Asia, America Latina ed Est Europa. Quest’ultima area in particolare è diventata per il gruppo il terzo mercato dopo Francia e Germania con un contributo di oltre 500 milioni al risultato operativo, pari al 13% contro l’1,8% precedente la costituzione della joint venture a Praga con Ppf.
Diversificazione che va avanti da anni, tanto è vero che l’Italia rappresenta meno del 30% del giro d’affari del Leone. Al momento però Trieste non prevede che lo sviluppo possa richiedere grandi acquisizioni, e stima di poter risolvere con risorse interne l’esercizio dell’opzione al 2014 sul 49% di Ppf. Non mette perciò in conto aumenti di capitale. Ciò significa che negli ultimi 10 anni Trieste ha versato agli azionisti 4,7 miliardi netti, bilancio fra dividendi e buy back per 7,5 miliardi contro i 2,8 di aumenti di capitale (per l’operazione Alleanza Toro). Allianz ha chiesto ai soci 4,3 miliardi netti mentre Axa ne ha pagati 5,3.

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