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Generali, i soci “privati” mettono nel mirino Donnet

L’assalto è a Mediobanca, ma il primo obiettivo designato sta un piano più sotto ed è l’amministratore delegato di Generali Philippe Donnet. Il giorno dopo l’annuncio che Francesco Gaetano Caltagirone ha il 3% di piazzetta Cuccia con l’opzione di salire fino al 5% entro settembre, a fianco di Leonardo Del Vecchio che si avvia a consolidarsi al 20% della banca d’affari, si fa più concreto il quadro che in privato tracciano alcuni grandi soci delle Generali.Quale esattamente? Eccolo servito: i soci cosiddetti “privati”, ossia lo stesso Caltagirone, che ha il 5,7% del Leone, Del Vecchio con il 4,8%, i Benetton con il 3,9% e la Fondazione Crt con l’1,6% si preparano a chiedere a Donnet — il cui mandato scade in aprile — di non presentare il suo piano industriale per il triennio 2022-2024. Una mossa dura, per ora lasciata solo trapelare e non attuata, che equivale di fatto a sfiduciare l’amministratore delegato. Se questa evenienza si dovesse realizzare, la risposta di Donnet appare scontata: come ad che si occupa del presente delle Generali, ma guarda anche al suo futuro, il manager ritiene che sia suo preciso dovere nei confronti del consiglio d’amministrazione e degli azionisti presentare il prossimo piano industriale. Starà poi ai consiglieri approvarlo o meno.I tempi per uno showdown che ormai è quasi una certezza sono stretti: Donnet ha già annunciato che presenterà il suo nuovo piano alla comunità finanziaria il 15 dicembre; qualche settimana prima — tra ottobre e metà novembre — dovrà sottoporlo al cda. Se alcuni consiglieri vogliono stopparlo prima dovranno muoversi presto: potrebbe avvenire già al consiglio in programma per il 2 agosto o a quello successivo di inizio settembre. Ieri intanto si è tenuto un comitato nomine, dove si è discusso del rinnovo del cda.A Donnet il gruppo di soci “dissidenti”, che controlla nel complesso oltre il 16% delle Generali contro il 13% in mano a Mediobanca, primo singolo socio, rimprovera di non essere stato in grado di crescere abbastanza: il fatto che in un triennio l’ad abbia portato solo un’acquisizione in Malesia di modesta entità — 300 milioni — è considerato segno di scarso dinamismo. Nell’Italia del Recovery, sostengono quei soci, le Generali devono correre e crescere sia in modo organico, sia attraverso acquisizioni. A poco serve che di fronte a queste critiche Donnet sfoderi i risultati raggiunti o in via di completamento nel piano industriale passato e in quello in corso, o i report delle banche d’affari che sottolineano la buona performance e le ulteriori potenzialità del Leone.L’ago della bilancia — come si dice in questi casi — è Mediobanca. Ma è un ago che oggi non pare più potersi muovere in libertà. Con l’accoppiata Caltagirone-Del Vecchio che da ieri si avvia ad avere in mano il 25% di piazzetta Cuccia — sebbene entrambi i soci sottolineino di aver visioni diverse e solo a tratti convergenti come a dire che non c’è concerto — l’ad di Mediobanca Alberto Nagel dovrà tenere conto della loro posizione. In caso contrario potrebbe essere defestrato anche lui. Oggi il cda che guida è espressione di una lista presentata dallo stesso consiglio, ma gli equilibri sono cambiati: i due nuovi, seppur anziani, soci hanno oltre il doppio dell’11% in mano al patto di sindacato che unisce i soci storici di Mediobanca.A piazzetta Cuccia, dove finora si è difeso il manager Donnet e soprattutto la scelta innovativa di affidare la stesura della lista per il prossimo cda delle Generali al consiglio uscente (con l’implicita riconferma dell’ad, proprio come è avvenuto in Mediobanca) adesso si spiega che non si faranno battaglie di religione sul nome che deve guidare il Leone, ma che sul metodo non si transige. Caltagirone e Del Vecchio, al contrario, vedono come il fumo negli occhi la lista del cda: la loro opinione è che i soci che hanno investito miliardi nella compagnia debbono poter dire la loro senza troppi filtri.La battaglia di principio cela come sempre dinamiche di potere. I due azionisti di peso ritengono che Mediobanca voglia continuare a esercitare la sua supremazia su Trieste dietro lo schermo della lista del cda, Nagel sostiene invece che la scelta è l’unica da fare per andare incontro al mercato. Si tratterà, anzi si sta già cominciando a trattare, ed è difficile che il nome di Donnet esca indenne dal negoziato.

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